Dalla Liguria al centro del piccolo schermo, ha attraversato decenni di televisione restando sempre fedele alla propria misura.
Roma – È morta a 76 anni Enrica Bonaccorti, lasciando dietro di sé una scia di ricordi che non appartengono solo ai programmi che ha condotto, ma all’idea stessa di una tv capace di accogliere personalità non costruite, non addestrate, non levigate a tavolino.
La sua storia comincia lontano dai riflettori, in una Liguria che negli anni Cinquanta e Sessanta era ancora provincia vera. Da lì, Bonaccorti si muove verso il teatro, dove incontra Domenico Modugno e Paola Quattrini. È un apprendistato che la forma più di qualsiasi scuola: impara il ritmo, la presenza, la responsabilità del palcoscenico. Impara soprattutto che la voce può essere un luogo, non solo uno strumento.
La radio la accoglie con naturalezza. Accanto al poeta Alfonso Gatto trova un registro tutto suo, fatto di ironia e ascolto, di leggerezza e profondità. Il cinema arriva quasi di conseguenza, con ruoli che le permettono di sperimentare senza mai trasformarla in un’attrice “di sistema”. E poi c’è la scrittura: i testi per Modugno, Amara terra mia e La lontananza, due canzoni che raccontano un’Italia che cambia e che si riconosce nella malinconia.
Il debutto televisivo arriva nel 1978, ma non la sorprende. Non è un salto nel vuoto, è un approdo. In Il sesso forte porta una presenza nuova: una donna colta, ironica, capace di stare in scena senza sovrapporsi al ruolo. Negli anni Ottanta diventa un volto familiare del preserale Rai, con Italia sera prima e Pronto, chi gioca? poi. È lì che il pubblico la adotta: non come star, ma come compagna di un tempo quotidiano.
Il passaggio a Fininvest e la conduzione della prima edizione di Non è la Rai segnano un’altra fase della sua carriera, quella in cui Bonaccorti attraversa la televisione commerciale senza mai esserne inghiottita. Rimane riconoscibile, misurata, autentica. Una presenza, appunto.
Negli ultimi anni aveva scelto la discrezione, anche di fronte alla malattia, il tumore al pancreas che le era stato diagnosticato due anni fa. Non cercava riflettori, non cercava clamore. Preferiva la parola giusta, detta al momento giusto, come aveva sempre fatto.