Dieci indagati rinviati a giudizio per alluvione nel ravennate

Doppio filone d’accusa tra disastro colposo e lavori carenti dopo le alluvioni: decisiva la consulenza tecnica dei docenti del Politecnico.

Ravenna – Nell’ambito dell’ultima delle tre alluvioni che ha colpito il territorio ravennate, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 10 delle 12 persone indagate.

Per gli ultimi due coinvolti, quelli che tempo fa si erano presi la comunicazione di fine indagine, alla fine si è deciso di lasciar perdere. Richiesta l’archiviazione per questioni legate all’inquadramento formale dei loro ruoli durante i fatti contestati.

In totale, all’epoca dei fatti, si trattava di figure ai piani alti in ambito locale o regionale tra Protezione Civile, Cura del territorio, Ambiente, oltre a vari titolari di aziende.

L’inchiesta, come riportato da Resto del Carlino e Corriere Romagna, era partita dall’esondazione del Lamone che, la notte del 18 settembre 2024, aveva colpito i paesi di Traversara e Boncellino, frazioni di Bagnacavallo.

Le ipotesi di reato prendono forma attorno a due filoni ben distinti. Da una parte si parla di disastro colposo, legato a quella che viene considerata una lentezza nella realizzazione degli interventi ritenuti necessari. Dall’altra, invece, emerge il tema del pericolo di disastro, collegato alla qualità dei lavori eseguiti dopo le prime due alluvioni che hanno colpito Ravenna nel maggio 2023.

Nel corso delle indagini, a fare da spartiacque, è stata la consulenza tecnica voluta dai pubblici ministeri Daniele Barberini e Francesco Coco, che seguono il caso. I due magistrati hanno infatti incaricato tre docenti del Politecnico di Milano di analizzare nel dettaglio quanto accaduto.