“Curare non è un reato”: la Cassazione riabilita le dottoresse anti-Cpr

Annullata la sospensione di dieci mesi per le tre donne accusate di falsi certificati ai migranti. I legali: “Restituita la loro dignità”.

Ravenna – Ci sono battaglie che si combattono in corsia, con un camice addosso e la coscienza come unica bussola. È quella delle tre dottoresse del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna, che per mesi hanno portato il peso di un’accusa pesantissima e di una sospensione di dieci mesi dalla professione. Ora la Corte di Cassazione ha ribaltato il quadro: la Suprema Corte ha annullato le misure cautelari interdittive e ha rinviato il caso a un nuovo giudizio del tribunale del Riesame di Bologna. Un colpo di scena che, nelle parole dei loro difensori, restituisce alle mediche “la dignità personale e professionale così duramente aggredita dall’inchiesta ravennate”.

La decisione della Suprema Corte è arrivata dopo l’udienza di venerdì, in seguito ai ricorsi presentati dai legali Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro. Le tre indagate si erano viste comminare l’interdizione dalla professione per dieci mesi, nell’ambito di un’inchiesta per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio.

Tutto nasce dall’indagine della Procura di Ravenna, coordinata dalla Pm Angela Scorza, che aveva acceso i fari sul reparto di Malattie infettive del locale ospedale, coinvolgendo inizialmente otto medici. Secondo l’accusa, i sanitari avrebbero redatto decine di certificati ritenuti falsi, almeno 34 quelli contestati, per dichiarare la non idoneità dei migranti irregolari e bloccarne così il trasferimento nei Cpr, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, le strutture di detenzione amministrativa dove vengono trattenuti cittadini stranieri privi di permesso di soggiorno pur non avendo commesso alcun reato.

Dalle chat sequestrate sarebbe emerso che i medici avrebbero agito seguendo le proprie convinzioni etiche, criticando le condizioni dei centri e ritenendoli luoghi non idonei alla detenzione. Un movente che i difensori rivendicano come dovere, non come colpa: “L’operato delle nostre assistite – spiegano – corrispondeva all’adempimento dei doveri di cura e di tutela della salute di ogni persona sanciti dalla Costituzione”. E ancora: i medici “devono rimanere prima di tutto garanti della salute e della cura di ogni individuo, non in quanto partecipe di una determinata comunità, ma quale essere umano”.

A difendere le mediche è scesa in campo anche la Funzione pubblica della Cgil: “La libertà e l’indipendenza dell’atto medico devono essere sempre garantite. La cura e la tutela della salute sono diritti universali, sanciti dall’articolo 32 della Costituzione, e non possono diventare un reato”. Intanto l’inchiesta si è allargata a livello nazionale, con perquisizioni a oltre venti professionisti in varie città italiane e, in alcuni casi, la pesante ipotesi di associazione per delinquere finalizzata a boicottare i rimpatri.