Colpo per le famiglie: il carrello pesa più del reddito

Nonostante la stabilizzazione dei prezzi, le famiglie italiane pagano ancora il conto più alto, con salari reali in calo.

Roma – Dopo la fiammata inflattiva del 2022-2023, il ritmo dei prezzi in Italia si è normalizzato, ma per molte famiglie il conto resta ancora salato. A ricordarlo sono i dati diffusi dall’Istat, che fotografano un impatto profondo e duraturo sul potere d’acquisto.

Tra il 2021 e il 2025 l’inflazione complessiva ha raggiunto il 17,1 per cento, con punte ben più elevate nei beni essenziali: il carrello della spesa segna un +24 per cento, mentre le bollette di luce e gas arrivano al +34 per cento.

Il quadro è simile a quello europeo, ma con una differenza decisiva: l’Italia è l’unico Paese in cui i salari reali non hanno retto l’urto, perdendo circa otto punti di potere d’acquisto. Una dinamica che frena i consumi, rende più pesanti anche rincari limitati come quelli su pedaggi, carburanti o sigarette, e mette in luce i limiti delle politiche adottate negli ultimi anni, capaci di garantire stabilità ma non una vera crescita dei redditi.

L’impatto dell’inflazione non è stato uniforme. A pagare il prezzo più alto sono stati i nuclei più fragili, colpiti sia perché spendono una quota maggiore del reddito in beni primari, sia perché impiegati in settori dove gli stipendi hanno perso più terreno. Solo il comparto bancario mostra un saldo positivo; hanno invece tenuto gli operai, in particolare i metalmeccanici grazie ai meccanismi di adeguamento, mentre commercio, turismo e pubblico impiego risultano tra i più penalizzati.

La perdita di potere d’acquisto per i lavoratori a basso reddito arriva fino al 15 per cento, con un aumento della povertà anche tra chi ha un’occupazione, fenomeno che non risparmia nemmeno il Nord. Il problema non è avere un salario, ma cosa quel salario consente di acquistare, una difficoltà che coinvolge sempre più anche il ceto medio e gli studenti, soprattutto nelle grandi città.

Per molte famiglie, il vero argine è stato l’aumento dell’occupazione. La ripresa post-Covid in settori come edilizia e turismo ha permesso di affiancare un secondo reddito, spesso modesto ma decisivo. Diverso il bilancio delle misure varate per contenere i prezzi, dal carrello tricolore al monitoraggio dei carburanti, rivelatesi interventi di facciata. Anche il Garante dei Prezzi dispone di strumenti limitati, mentre resta aperta l’indagine Antitrust sui listini dei supermercati.

Un sostegno più concreto è arrivato dagli interventi fiscali, come gli sconti sulle bollette, il taglio del cuneo contributivo e le correzioni dell’Irpef. Secondo Bankitalia, la combinazione tra più occupati e maggiori trasferimenti pubblici ha riportato il reddito reale disponibile delle famiglie ai livelli precedenti alla maxi inflazione. Si tratta però di misure temporanee. Il decreto annunciato per ridurre strutturalmente i costi dell’energia continua a slittare e l’uso della leva fiscale, anche quando rilanciato, non produce un aumento stabile dei salari.

Restano così irrisolti i nodi strutturali dell’economia italiana: bassa produttività, scarsa innovazione, investimenti insufficienti in ricerca. La ripresa successiva alla pandemia non è bastata a colmare questi ritardi. In questo contesto si inserisce il dibattito sul salario minimo, visto da alcuni come una possibile tutela per i lavoratori più deboli, ma respinto dalla maggioranza. Una scelta che conferma l’Italia tra i pochi Paesi europei privi di questo strumento, mentre il potere d’acquisto continua a essere il vero tallone d’Achille delle famiglie.