E chi lo esercita, in mancanza di normativa, non deve essere sottoposto a ritorsioni o licenziamenti. E’ un diritto del lavoratore quello di starsene in pace dopo il lavoro.
Uno degli aspetti più critici dell’uso massiccio della tecnologia è l’immersione totalizzante nel proprio lavoro. Non ci si disconnette mai, e come si fa con le notifiche, mail e messaggi che arrivano fin dentro le mura di casa? Per questo, negli ultimi tempi, il dibattito pubblico si è focalizzato sul “diritto alla disconnessione”, ossia la facoltà del lavoratore di astenersi dal rispondere a comunicazioni aziendali al di fuori dell’orario di lavoro.
Include il diritto di non subire ritorsioni o licenziamenti per non essere reperibili durante i periodi di riposo, ferie e permessi. In uno studio a cura del Censis (Centro studi investimenti sociali, un importante istituto di ricerca socioeconomica celebre per il Rapporto annuale sull’Italia) e Eudaimon (il primo provider nazionale di welfare aziendale), è emerso che quasi il 58% dei lavoratori riesce a godere della disconnessione.
Il problema è che questo diritto è autoassegnato, nel senso che non è riconosciuto giuridicamente, ma praticato su iniziativa individuale. Mancando un quadro normativo certo, la responsabilità della scelta diventa personale. Le persone, com’è noto, hanno personalità diverse. C’è chi manifesta fermezza, decisione, convinzione per cui, quando è fuori dall’ufficio, spezza ogni legane con l’azienda, perché il proprio tempo libero va rispettato senza intrusioni di sorta, interferenze, intromissioni e disturbi esterni.
Il tempo libero è sacro, assoluto, inviolabile e indiscutibile e come tale va rispettato e non c’è ingerenza che tenga. Tuttavia la gran parte delle persone è titubante, addomesticabile, remissiva, non riesce a tagliare il cordone ombelicale con l’azienda, per paura di ritorsioni o chissà che. Che cosa succede a questi individui che non riescono a liberarsi della cultura professionale sempre attiva h24, appiccicosa come le cozze?

La legislazione esistente, finora, ha riguardato solo lo “smart working”, con la Legge 81/2017 che prevede un patto individuale per i riposi e la disconnessione. A questa si è aggiunta la Legge 34/2026 con vincoli sulla salute e sicurezza del lavoro fuori dall’ufficio, introducendo il concetto di prevenzione. Mancando una normativa ad hoc, come spesso accade nel nostro Paese vige l’arte di arrangiarsi, per cui molte aziende decidono di fare in proprio.
Infatti hanno sottoscritto documenti di politica aziendale per stabilire regole, principi e linee guida. Inoltre, per disciplinare i comportamenti dei dipendenti, l’uso delle risorse aziendali (come dispositivi e social media) e garantire la conformità alle normative vigenti (es. privacy e sicurezza). Infine stabilire orari di irreperibilità, tetti orari ai meeting e un insieme di regole per un “galateo digitale”.
Un altro aspetto su cui le aziende stanno investendo è la formazione dei manager e altre figure apicali, perché è ritenuto molto importante diffondere una cultura del lavoro che tenga conto dell’esistenza di un’altra vita, oltre a quella che si svolge in ufficio. Una normativa adatta allo scopo sarebbe di enorme utilità, perché non si può lasciare un tema così importante ad una scelta individuale o alla capacità organizzativa dell’azienda.
Per un motivo molto rilevante, una legge specifica garantirebbe maggiore tutela in modo da assegnare le responsabilità ai vari stadi del fenomeno (aziendale, normativo, soggettivo). Così si eviterebbe di considerare il diritto alla disconnessione una scelta di chi ha gli attributi.