Grazie ad un trattamento preliminare il composto viene assorbito dai microbi che eliminano proteine, grassi e acidi. Ciò che rimane non è certo il biscotto della nonna…
Nemmeno nella più fervida immaginazione dei romanzi “fantasy”, quel genere letterario in cui la narrazione si basa su fattori magici e soprannaturali, si poteva pensare ai biscotti ricavati dalla plastica. Invece la Scienza ha dimostrato che è possibile.
E’ noto che la plastica è un prodotto artificiale formato da polimeri, ossia lunghe catene di molecole legate tra loro. Il nome deriva dalla sua principale caratteristica: la plasticità ovvero la capacità di essere facilmente modellata e trasformata in forme solide tramite l’uso del calore.
Per queste sue peculiarità ha avuto largo uso nella produzione capitalistica ad alta intensità di lavoro. L’eccessiva produzione ha causato danni all’ambiente con l’accumulo di materiali nel suolo, nei fiumi e mari, nonché nell’aria, anche a causa della scarsa gestione dei rifiuti.
Come ci rammenta la cronaca quotidiana accumuli di migliaia di tonnellate di plastica tornano nelle braccia di madre natura dove resistono per secoli frammentandosi in microplastiche pericolose per la fauna e l’uomo, la cui soluzione non può essere più rinviata. Me ecco che la Scienza, il “deus ex machina” da cui tutto discende per risolvere qualsiasi tipo di problema, indica la strada per il giusto rimedio.
La Southern Illinois University Carbondale, USA, ha condotto uno studio sbalorditivo da cui si evince che la soluzione è più semplice di quanto appare. Basta cambiare il valore d’uso del materiale in componenti per la produzione di cibo. Una sorta di approccio omeopatico per risolvere l’arcano.
Nelle segrete stanze dell’Università a stelle e strisce si sussurra che la colazione potremmo farla con i “microbites”, biscotti ricavati dalla biodegradazione della plastica usata per imballaggi e bottiglie. Cosa hanno pensato i ricercatori? Hanno trasformato alcuni microbi per farli nutrire di materiale normalmente usato per produrre bottiglie.
Grazie ad un trattamento preliminare il composto viene assorbito dai microbi che eliminano proteine, grassi e acidi. Si tratta di un sistema simile a quello utilizzato per ottenere l’insulina industriale, in cui si utilizza il batterio modificato Escherichia coli tramite la tecnologia del DNA. Il ricavato viene poi amalgamato con fibre, amido e dolcificanti fino ad ottenere, grazie alla stampa 3D, biscotti di piccole dimensioni.

Gli scienziati hanno assicurato che si tratta di prodotti sicuri dal punto di vista alimentare, ma sarà necessario compiere altri test prima di avere i permessi previsti dalla legge. La ricerca è stata resa possibile grazie al contributo della Nasa, l’Ente Spaziale statunitense, che già da qualche tempo sta studiando come recuperare materiali in situazioni di risorse molto scarse, come possono essere le future colonie spaziali.
Ma restando coi piedi per terra il problema ci riguarda da vicino. I demografi sono del parere che entro il 2050, la necessità di cibo del pianeta si incrementerà in un range oscillante tra il 35% e il 50%, mentre il 33% della popolazione sarà sottoalimentata.
Ora se le prospettive sono queste è comprensibile che si studi su come rimediare all’emergenza alimentare, anche con la plastica, se serve a risolvere il problema. Tuttavia un certo magone assale, soprattutto per chi ha superato gli ‘anta da un po’, nel pensare ai gustosi biscotti della nonna, quei frollini casarecci della tradizione italiana.
Non solo sapori ma rievocazione della gioia della condivisione in famiglia. Poveri noi.


