Un’articolata indagine della Guardia di Finanza su truffe ed erogazioni pubbliche illecite: scattano le denunce e due misure cautelari.
Bologna – I finanzieri del Comando provinciale, all’esito di articolate investigazioni coordinate dalla Procura europea sede di Bologna, hanno dato esecuzione a due ordinanze applicative di misure cautelari personali dell’obbligo di dimora emesse dal Gip del Tribunale di Bologna nei confronti di un professionista e di un imprenditore.
Gli stessi erano già stati destinatari di un decreto di sequestro preventivo per la somma di 425.000 euro su disponibilità liquide e beni dei due soggetti.
Cinque i denunciati – tre dei quali residenti nella provincia felsinea – ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di bancarotta fraudolenta, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, autoriciclaggio e malversazione.
Durante la verifica fiscale a cui è stata sottoposta la società di cui erano a capo, gli indagati, affatto scoraggiati dalla presenza dei finanzieri “in casa”, effettuavano quattro richieste di finanziamenti pubblici sui fondi del PNRR – previsti dalla legge per agevolare lo sviluppo del commercio elettronico e la digitalizzazione, innovazione e competitività – per complessivi 5 milioni di euro, riuscendo a ottenerne solo una parte. Le domande erano corredate da falsi documenti procurati anche da un imprenditore viterbese titolare di una società con sede in Slovenia, relativi a progetti di e-commerce che la società bolognese, pur non avendone minimamente le capacità organizzative e patrimoniali, dichiarava di voler realizzare in paesi europei e arabi.
Insieme alle istanze di finanziamento venivano inviati a Simest S.p.A. – ente erogante i finanziamenti – falsi bilanci di esercizio, redatti “a tavolino” per far apparire come florida la condizione economico-finanziaria della società che, in realtà, di lì a poco sarebbe stata posta in liquidazione giudiziale.
Gli investigatori sono riusciti a ricostruire le modalità con le quali i soggetti implicati hanno drenato le risorse della società, fra le quali anche un risarcimento assicurativo di 2 milioni di euro per l’incendio di uno dei capannoni in uso, individuando il flusso che, dai conti societari, faceva confluire il denaro sui conti personali del principale artefice della truffa e su quelli di altre imprese, italiane e spagnole allo stesso riconducibili, configurando in tal modo anche il delitto di autoriciclaggio.