Indagava su traffici d’armi, appalti e latitanze eccellenti. A 33 anni dal delitto, restano ancora tante ombre.
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) – Giuseppe Aldo Felice Alfano, per tutti Beppe, aveva una sola ossessione: raccontare la sua terra. E raccontando Barcellona Pozzo di Gotto finiva inevitabilmente per raccontare la sua malattia principale, quella mafia che negli anni Ottanta aveva fatto il salto di qualità intrecciandosi con politica, massoneria e grandi appalti pubblici. Un giornalismo scomodo che l’8 gennaio 1993 gli costò la vita. Tre colpi di pistola calibro 22 mentre era al volante della sua Renault 9 amaranto in via Marconi, a cento metri da casa.
Nato il 4 novembre 1945 a Barcellona Pozzo di Gotto, Beppe aveva studiato Economia e Commercio a Messina dove conobbe Mimma Barbaro che sarebbe diventata sua moglie e madre dei suoi tre figli. La morte del padre interruppe gli studi spingendolo a trasferirsi a Cavedine, un paesino della Valle dei Laghi vicino Trento, a milletrecento chilometri da casa. Qui insegnò educazione tecnica nella scuola media locale. Un lavoro che continuò a svolgere anche quando, nel 1976, decise di tornare in Sicilia.
Era un uomo di destra, vicino alle idee di Ordine Nuovo e del Movimento Sociale Italiano. Ma soprattutto era curioso. Testardo nella ricerca della verità, con un carattere fiero e leale, un intuito particolarmente spiccato. Doti che unite a una buona dose di coraggio lo portarono a seguire la sua viscerale passione per il giornalismo. Cominciò dalla radio per poi passare negli anni Ottanta alle televisioni private. Da Radio Tele Mediterranea, Canale 10 e Telenews, di proprietà di Antonio Mazza, raccontava cronaca e politica. Che in terra di mafia spesso coincidono.
Non si iscrisse mai all’Albo dei giornalisti per una posizione di protesta contro l’esistenza stessa dell’albo. Divenne però corrispondente de La Sicilia di Catania nel 1991. E da quelle pagine iniziò a scrivere senza riserve di intrecci tra mafia, imprenditoria e politica. Barcellona Pozzo di Gotto negli anni Settanta aveva vissuto di contrabbando di sigarette e traffico di droga. Poi negli Ottanta il salto di qualità. I lavori per il raddoppio della linea ferroviaria e per la costruzione dell’autostrada Messina-Palermo erano un’occasione troppo ghiotta.
Pino Chiofalo provò ad affrancarsi dalla mafia barcellonese tradizionale prima di essere arrestato e vedere ammazzati tutti i suoi uomini. I sopravvissuti tornarono tra i ranghi di quella mafia che intanto stringeva rapporti sempre più intensi con le cosche catanesi, in particolare con quella di Nitto Santapaola. Lui in persona aveva affidato a Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, fidanzato con la figlia del boss locale Ciccio Rugolo, il ruolo di coordinare l’ala militare barcellonese. Ma Gullotti era diventato qualcosa di più, accreditandosi come l’uomo chiave nella gestione degli intrecci tra potere criminale, istituzionale e giudiziario.

Beppe affinò sempre più le sue doti di giornalista investigativo. Deciso a indagare quegli intrecci di potere, puntò gli occhi sul raddoppio ferroviario, sui contributi in agricoltura, su altre questioni dove fiutava la puzza degli interessi mafiosi. Come nel caso dell’AIAS, un’associazione benefica che si occupava di assistenza agli spastici. Ne scrisse senza riserve. Poi verso la fine del 1992 una nuova pista lo portò su una strada particolarmente pericolosa. Si convinse che Santapaola si nascondesse a Barcellona e provò a mettersi sulle sue tracce. Sapeva di rischiare grosso ma non si fermò.
Intorno alle 22 dell’8 gennaio 1993 Beppe era a bordo della sua Renault rossa. Stava percorrendo via Marconi per tornare a casa. Accanto a lui c’era Mimma. Per strada si rese conto che qualcosa non andava ma non ne fece parola con sua moglie. La accompagnò sotto casa e le chiese di salire e restarci. Poi si allontanò senza dare più notizia di sé.
Poco dopo sua figlia Sonia, allora ventenne, era al telefono con i colleghi del padre. Lo cercavano per chiedergli di correre a pochi metri da casa: c’era stato un omicidio ma la polizia non aveva ancora reso note le generalità della vittima. Poi una voce in lontananza: “Il cognome è Alfano”. Era Beppe. Tre colpi di calibro 22 lo avevano colpito alla testa e al torace senza lasciargli scampo. Aveva 48 anni.
Come spesso accade per depistare le indagini sui morti ammazzati dalla mafia, si mise in moto la macchina del fango. Inizialmente si pensò persino a un delitto passionale, come era successo nove anni prima per Giuseppe Fava ucciso il 5 gennaio 1984. Nel novembre 1993 finirono in cella Nino Mostaccio, presidente dell’AIAS, considerato il mandante, Nino Merlino, ritenuto uno dei killer, e Giuseppe Gullotti, “l’avvocaticchio”, cui sarebbe stato demandato il ruolo di organizzare l’omicidio.
Nel 1996 la Corte d’Assise di Messina condannò Merlino a 21 anni e 6 mesi ma assolse Gullotti e Mostaccio. Nel febbraio 1998 la Corte d’appello confermò la condanna per Merlino e condannò a 30 anni anche Gullotti. La condanna di Merlino venne confermata in Cassazione nell’aprile 2006. Negli anni successivi le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico fecero iscrivere nel registro degli indagati Stefano Genovese e Basilio Condipodero, indicati come sicario e basista. Gullotti chiese la revisione del processo.
Recentemente è stato archiviato il processo a carico di Genovese e Condipodero ma il Gip del tribunale di Messina ha disposto nuove indagini ritenendo necessari approfondimenti sull’arma del delitto che è stata ritrovata. Una trama fittissima fatta di colpi di scena, intrighi, depistaggi che ancora oggi non ha riconosciuto una verità piena sulla morte di Beppe Alfano.
La figlia Sonia ha raccontato che qualche giorno prima dell’omicidio suo padre tornò a casa una sera e la chiamò nel suo ufficio: “Mi raccontò che gli avevano offerto dei soldi per lasciar perdere un’inchiesta che stava seguendo e che l’avrebbero ammazzato se non avesse accettato”. Non accettò. Pochi giorni dopo era morto.
Sonia non ha mai smesso di lottare per la verità sulla morte del padre. Dal 2009 al 2014 ha seduto tra i banchi del Parlamento europeo eletta con l’Italia dei Valori, ricoprendo il ruolo di presidente della commissione speciale sulla criminalità organizzata, corruzione e riciclaggio. Nel 2011 ha pubblicato con Rizzoli il libro “La Zona d’ombra”.
Beppe Alfano era un uomo incorruttibile. Un giornalista d’inchiesta con il fiuto del poliziotto, l’intuito del magistrato e la passione per la ricerca della verità. Disegnò l’organigramma delle cosche di Barcellona e del messinese, una traccia importante utilizzata dagli inquirenti nel contrasto alle cosche emergenti degli anni Novanta. Era considerato un giornalista che non si poteva né comprare né intimidire. Poteva essere solo eliminato.
Intorno al suo omicidio rimangono ancora molte ombre. Indagini e perizie balistiche mai fatte, file cancellati e poi riemersi dal suo computer che riguardavano mafia e massoneria e gli affari di Santapaola nel nord Italia. Indagini su un traffico internazionale di armi che passava nell’area di Messina. Inchieste su una massoneria deviata che speculava sul traffico di arance avvalendosi delle sovvenzioni europee.
Nel marzo 1998 venne iscritto “alla memoria” all’Albo dei Giornalisti della Sicilia, a far data dal giorno della sua morte. Quello stesso Albo contro cui aveva combattuto per principio quando era vivo.
La memoria di Beppe è mantenuta viva dai familiari che fanno parte dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia. Lo Stato ha onorato il suo sacrificio con il riconoscimento, concesso ai familiari costituitisi parte civile, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso. Ma la verità piena su chi ordinò la sua morte e perché continua a sfuggire dopo oltre trentadue anni.