Banda della Magliana e caso Orlandi: il ruolo di Enrico De Pedis

Quarantadue anni dopo la scomparsa della quindicenne vaticana, i legami tra il boss Renatino, la Chiesa e i silenzi della magistratura restano senza risposta.

Roma – Enrico De Pedis, detto Renatino, nasce nel 1954 e cresce come scippatore nei quartieri periferici di Roma. Tra il 1976 e il 1977, insieme a Franco Giuseppucci e Maurizio Abbatino, contribuisce a fondare la Banda della Magliana, organizzazione criminale che in pochi mesi assorbe le vecchie gang romane e si trasforma in una struttura di potere capillare. De Pedis ne diventa uno dei volti più influenti, operando tra Testaccio e Trastevere con una rete di uomini fidati e intrecciando rapporti con ambienti finanziari e istituzionali che vanno ben oltre il crimine di strada.

Il 6 aprile 1983, un mandato di cattura per associazione a delinquere, traffico di stupefacenti e detenzione di armi lo costringe alla latitanza. È in questo periodo che, il 22 giugno 1983, scompare a Roma Emanuela Orlandi, quindicenne figlia di un dipendente della Santa Sede. De Pedis risulta irreperibile per oltre un anno. La latitanza termina il 26 novembre 1984, con l’arresto in un appartamento in via Vittorini 103. Le indagini non lo raggiungeranno mai direttamente sul caso Orlandi: nei quattro anni successivi, mentre era detenuto e il pentito Claudio Sicilia forniva informazioni sulla banda anche in relazione alla scomparsa della ragazza, De Pedis non fu mai convocato per rispondere di quella vicenda.

Il legame tra Renatino e gli ambienti ecclesiastici emerge da più direzioni. Don Pietro Vergari, ex rettore della Basilica di Sant’Apollinare, adiacente alla scuola di musica frequentata da Emanuela, intrattiene con lui un rapporto di fiducia tale da celebrarne le nozze nella stessa basilica nel giugno del 1988. Maurizio Abbatino, in seguito, dichiara che Agostino Casaroli, allora Segretario di Stato Vaticano, avrebbe avuto un ruolo nel favorire la scarcerazione di De Pedis, un legame che si sarebbe formato durante le visite pastorali di Casaroli nel carcere di Regina Coeli. Monsignor Silvestrini, stretto collaboratore di Casaroli, nega un coinvolgimento diretto ma non esclude che il prelato abbia incontrato membri della banda in quei contesti.

Parallela è la vicenda di Villa Osio, immobile di proprietà della curia romana ceduto a Enrico Nicoletti, cassiere della banda e socio di De Pedis, per quattro miliardi di lire, a fronte di un mutuo garantito sulla stessa proprietà di ventisette miliardi. L’operazione coinvolge Monsignor Uras, allora sottoposto all’autorità del Cardinal Poletti, vicario di Roma.

Il 2 febbraio 1990 De Pedis viene assassinato in via del Pellegrino. Attirato sul posto con il pretesto di un affare di gioielli, viene ucciso in pieno giorno. Nicoletti, con cui aveva avuto uno scontro sulla gestione dei fondi comuni della banda, avrebbe avvertito gli altri membri. Pochi giorni dopo la morte, il Cardinal Poletti autorizza la sepoltura di De Pedis nella Basilica di Sant’Apollinare in soli quattro giorni, motivando il gesto con la generosità del defunto verso i poveri della parrocchia. La tomba viene aperta il 15 maggio 2012 nel tentativo di rinvenire tracce di Emanuela Orlandi. Non emerge nulla.

Nel frattempo, alcune intercettazioni ambientali registrano Giuseppe De Tomasi, detto Sergione, riferire alla moglie parole attribuite a Renatino: il corpo della ragazza sarebbe stato portato a Torvaianica e sepolto. De Tomasi non verrà mai interrogato su quel contenuto.

A queste circostanze si aggiunge un episodio riferito da Assen Marchevsky, traduttore bulgaro dei servizi segreti, già interprete presso l’ambasciata di Roma nei rapporti tra il suo paese e la Santa Sede. Marchevsky racconta di aver appreso dal colonnello di polizia Piero Giarratana i dettagli di un incontro avvenuto nel 1988 in un ristorante vicino a Campo de’ Fiori. Giarratana avrebbe comunicato a De Pedis che un membro della banda aveva parlato, rivelando l’omicidio di Emanuela e la soppressione del cadavere. Renatino, secondo il racconto, avrebbe respinto ogni responsabilità nell’uccisione, sostenendo che una ragazza con quella posizione non andava eliminata ma tenuta nascosta all’estero per anni, da usare poi come leva nei confronti del Vaticano o della magistratura. Avrebbe aggiunto, prima di congedarsi: cercare tra i cardinali, non tra loro.

Il caso viene archiviato nel 2015. Quarantadue anni dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi, nessun colpevole è stato condannato e nessuna delle piste istituzionali è stata percorsa fino in fondo.

Eppure la vicenda torna a fare notizia. Il 19 febbraio 2025, durante lavori di scavo alla Casa del Jazz di Roma – complesso culturale ricavato da un bene confiscato alla criminalità organizzata, contiguo alla villa che fu di Enrico Nicoletti – i vigili del fuoco hanno individuato una scala sotterranea. Il ritrovamento è avvenuto grazie all’utilizzo di un georadar, che aveva già segnalato in precedenza un punto di accesso nella zona. Le operazioni sono state temporaneamente sospese dopo che durante gli scavi è emersa una volta in muratura: per proseguire sarà necessario il nulla osta della sovrintendenza.

I primi scavi in quell’area erano stati avviati a novembre, su impulso dell’ex magistrato Guglielmo Muntoni, convinto dell’esistenza di un tunnel chiuso circa trent’anni fa. L’ipotesi è che quella galleria sia stata interrata per occultare materiale di valore, recuperabile attraverso una botola, e che al suo interno possano trovarsi anche resti umani. Muntoni ha in particolare avanzato il sospetto che lì possa essere custodito il corpo di Paolo Adinolfi, magistrato scomparso il 2 luglio 1994 di cui non si hanno più tracce. Le operazioni sono finanziate da Confcooperative Lazio e dalla Camera di Commercio di Roma nell’ambito di un progetto di riqualificazione dell’area. L’eventuale prosecuzione degli scavi potrebbe aprire un nuovo capitolo in una storia che Roma non ha ancora finito di scrivere.