Radfem Italia scrive alla premier: “Viva preoccupazione per un testo che ignora le violenze domestiche e si ispira all’alienazione parentale”.
Roma – In una lettera alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, le femministe di Radfem Italia impegnate al fianco di mamme e minori lanciano l’allarme su un ddl che ‘taglierebbe’ i figli a metà in caso di separazione e che, privilegiando la bigenitorialità a tutti i costi, quindi come diritto dell’adulto, non li tutelerebbe in caso di genitore violento. “Gentilissima Presidente del Consiglio – si legge nella lettera – le scriviamo per esprimere la nostra viva preoccupazione e il nostro allarme in merito al Disegno di legge 832 a prima firma Alberto Balboni giunto qualche giorno fa all’esame della Commissione Giustizia del Senato, sede redigente, e che reca ‘Modifiche al codice civile, di procedura civile e al codice penale in materia di affido condiviso’.
“In questi anni – dicono – abbiamo assistito a diverse vicende strazianti che riguardano minori strappati dallo Stato alle loro madri e collocati in casa famiglia solo perché rifiutavano di vedere il padre, in molti casi denunciato penalmente per atti violenti”. Una “vittimizzazione secondaria che nel 2022 – scrivono ancora – era stata ben illustrata dalla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, che aveva preso in esame ben 1400 casi. In questa situazione allarmante in cui il supremo interesse del minore viene messo da parte in nome dell”obbligo’ ad avere rapporti con entrambi i genitori, il ddl 832 torna alla carica con la bigenitorialità perfetta, sancita all’articolo 6: ci provò già Simone Pillon con un suo ddl poi archiviato nel 2018″.

“Oggi l’articolo 337-ter del Codice civile – ricostruiscono – stabilisce che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ogni genitore e ‘rapporti significativi’ con i parenti. E affida al giudice, in caso di separazione, il compito di adottare i provvedimenti ‘con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale’ dei figli. Nella “nuova formulazione ‘il figlio minore ha diritto, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori e rapporti significativi con i parenti’ e ‘il giudice che disciplina l’affidamento della prole dispone che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori’ e che la collocazione nelle case sia paritetica”.
“Questo significa – proseguono – che il minore vivrà obbligatoriamente e alternativamente e per lo stesso tempo nella casa materna e in quella paterna. Due case, due vite, magari anche lontane fra loro: può essere questo il superiore interesse del minore? A noi pare, in sintesi, che questo supremo interesse scompaia dalle facoltà di valutazione del giudice. Infatti l’obbligo a disporre un affido perfettamente paritetico è in realtà un dispositivo per un nuovo attacco alle madri. Intenzione rivelata là dove, nel testo del ddl, si afferma minacciosamente che: ‘Il giudice può per gravi motivi ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona, preferibilmente dell’ambito familiare o, nell’impossibilità, in una comunità di tipo familiare’ (leggi: casa famiglia)”.

Non è difficile intuire – denuncia l’associazione che vede riunite giornaliste, attiviste, esperte – quali sarebbero questi ‘gravi motivi’, è una strada che negli anni abbiamo visto percorsa molte volte e che è costata molto dolore ai bambini e alle loro madri. Si fa ulteriore chiarezza su questo spiegando l’art. 16 -che potenzia le previsioni dell’articolo 473-bis.39 del codice di procedura civile- e interviene ‘in tutte quelle
situazioni in cui un genitore compie unilateralmente atti che richiedono l’accordo con l’altro, azzerando tali iniziative; ovvero nel caso in cui abbia costruito ad arte situazioni ostative al contatto del figlio con l’altro
genitore. In questo caso si è ritenuto che non sia sufficiente la previsione di un meccanismo punitivo o risarcitorio del danno, ma che andasse prioritariamente disposto, ove possibile, il ripristino dello stato antecedente, ovvero interventi mirati alla restituzione o compensazione di quanto indebitamente sottratto o negato (si pensi, ad esempio, a giorni di frequentazione saltati)”.
E continuano: “Non si menziona la Sindrome di Alienazione Parentale (PAS), disconosciuta più volte dalla Corte di Cassazione come priva di ogni fondamento scientifico, ma la sostanza resta invariata, con l’idea della madre malevola o simbiotica che rientra alla perfezione tra le citate ‘situazioni ostative al contatto del figlio con l’altro genitore’. (di un padre malevolo, simbiotico o ostativo non si è sentito mai parlare). Di più: il ddl non prevede nulla in caso di violenza acclarata da parte dei padri, tanto meno in caso di violenza presunta. La violenza è alla base di molti casi di separazione – spesso assistita da parte dei figli – ma nei tribunali civili troppo spesso non si prendono in considerazione i procedimenti penali a carico di padri indagati o condannati per violenza, sempre in ossequio al primato assoluto della bigenitorialità che va garantita ad ogni costo e nonostante la Convenzione di Istanbul, sottoscritta dall’Italia, all’art. 31 affermi che ‘al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza’ e
che vada garantito “che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini”.
“Non possiamo dimenticare il caso di Federico Barakat, ucciso a otto anni dal padre nel 2009 nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto. Gentile Presidente – conclude Radfem- auspichiamo con questa nostra di avere sollecitato la sua attenzione su un disegno di legge che qualora perfezionasse il suo iter sarebbe all’origine di molte sofferenze e di molte ingiustizie ai danni dei bambini e delle loro madri”.