Una morte archiviata come suicidio, ma segnata da anomalie e retroscena che continuano a collidere con la versione ufficiale.
Palermo – Quando il corpo del maresciallo Antonino Lombardo venne trovato nella sua auto, all’interno della caserma Bonsignore di Palermo, il 4 marzo 1995, la versione ufficiale fu immediata: suicidio. Una lettera d’addio, un colpo di pistola, un uomo “schiacciato dal peso delle accuse”. Ma a quasi trent’anni di distanza, quella ricostruzione appare sempre più fragile.
E la storia di Lombardo, uno dei carabinieri più informati sulla stagione stragista di Cosa Nostra, resta sospesa tra verità negate e interrogativi che nessuna indagine ha mai voluto affrontare fino in fondo.
Lombardo non era un militare qualunque. A Terrasini, dove aveva comandato la stazione dei carabinieri per oltre un decennio, aveva costruito una rete di fonti che si sarebbe rivelata decisiva per la cattura di Totò Riina. Fonti interne all’Arma confermano che Paolo Borsellino lo considerava un punto di riferimento, un uomo capace di muoversi tra i silenzi e le paure di un territorio dominato dai clan. Il trasferimento al ROS di Palermo nel 1994 sembrò il coronamento di una carriera. In realtà fu l’inizio della fine. Da quel momento Lombardo entrò in un terreno minato: la gestione dei pentiti più delicati e i contatti con Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi detenuto negli Stati Uniti, pronto a parlare di rapporti tra mafia, traffici internazionali e apparati stranieri.
Nel novembre 1994 Lombardo e il collega Mario Obinu incontrarono Badalamenti nel carcere di Memphis. Il boss fece dichiarazioni che, se confermate, avrebbero riscritto la storia della mafia degli anni Ottanta: ammise il proprio ruolo ai vertici di Cosa Nostra e sostenne che l’ascesa dei corleonesi fosse stata favorita da settori dei servizi statunitensi. Badalamenti accettò di testimoniare in Italia, ma pose una condizione: essere scortato proprio da Lombardo. La missione venne fissata per il 26 febbraio 1995. Non partirà mai.

Tre giorni prima della partenza, la trasmissione Tempo Reale mandò in onda accuse pesantissime contro “l’ex comandante di Terrasini”. Leoluca Orlando e Manlio Mele parlarono di presunte irregolarità, senza prove concrete. Il comandante generale dell’Arma, Luigi Federici, tentò di intervenire in diretta per difendere Lombardo, ma la produzione gli impedì di parlare. Quasi in contemporanea, il pentito Salvatore Palazzolo lo definì “avvicinabile”, un termine che nel linguaggio mafioso equivale a un marchio d’infamia. La missione venne annullata all’istante. Lombardo capì di essere stato isolato.
Il 25 febbraio, un suo informatore, Francesco Brugnano, venne trovato assassinato nel bagagliaio di un’auto. Il cranio fracassato, un polso legato dietro la nuca: un’esecuzione in piena regola. Lombardo interpretò quel delitto come un avvertimento diretto. Disse che in Sicilia la delegittimazione è sempre stata l’anticamera della soppressione fisica. Pochi giorni dopo, sarebbe toccato a lui.
Il 4 marzo Lombardo fu trovato morto nella sua auto. Accanto al corpo, una lettera d’addio. “Mi sono ucciso per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita”, si leggeva in un passaggio della missiva. Ma un’analisi grafologica mise in dubbio l’autenticità di alcune parti del testo. La famiglia non ha mai creduto alla versione del suicidio. E gli elementi che non tornano sono molti.

Secondo un ex carabiniere intervistato da Report, l’abitacolo dell’auto era inspiegabilmente intatto, senza i segni che un colpo d’arma da fuoco in uno spazio chiuso avrebbe dovuto lasciare. La posizione della pistola appariva anomala. Le registrazioni dei colloqui con Badalamenti risultavano scomparse. La sera della morte, alcuni militari avrebbero perquisito la casa di famiglia, mentre un medico somministrava sedativi alla moglie e alla figlia. La borsa del maresciallo, che conteneva documenti sui viaggi negli Stati Uniti, non venne mai ritrovata.
La famiglia Lombardo ha chiesto più volte la riapertura delle indagini. Nessuna Procura ha mai accolto l’istanza. Il caso è rimasto congelato nella versione ufficiale, la più sbrigativa per tutti: suicidio. Una conclusione che appare come un modo per chiudere rapidamente una vicenda imbarazzante per molti. Perché Lombardo è stato delegittimato pubblicamente proprio quando stava per riportare in Italia un boss pronto a minare le fondamenta di Cosa Nostra. Perché le sue fonti sono state eliminate. Perché le prove sono scomparse. Perché nessuno ha mai voluto verificare le incongruenze della scena della morte.
Domande che restano sospese, come sospesa resta la figura di un maresciallo che forse aveva visto troppo, capito troppo o semplicemente era diventato un ostacolo per qualcuno.