Il simbolo del Milan e della Nazionale se n’è andato a 66 anni, dopo la lotta contro la malattia. Due giorni fa la beffa della fake news. Ora il lutto è vero.
Milano – Ci sono uomini che non hanno bisogno di urlare per farsi ubbidire: basta uno sguardo, un braccio alzato a segnalare il fuorigioco e il mondo intorno si mette in riga. Franco Baresi era uno di questi, e ora quello sguardo si è spento per sempre. Il leggendario capitano rossonero si è arreso all’alba di oggi, venerdì 31 luglio, a soli 66 anni, portato via da quella malattia contro cui combatteva in silenzio, a testa alta, da quasi un anno. A dare l’annuncio, con parole strozzate dal dolore, è stata la stessa società di via Aldo Rossi: “La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi”.
Il destino, con lui, si è mostrato beffardo fino all’ultimo respiro. Appena due sere fa, mercoledì 29 luglio, una fake news sulla sua morte aveva scatenato il panico in Rete, costringendo il club a una smentita ufficiale e a un appello a rispettare la privacy di quel “momento delicato”. Persino il vicepremier Matteo Salvini, tifoso milanista, si era fatto ingannare, pubblicando e poi cancellando un messaggio di addio. Una crudeltà che oggi si è trasformata in realtà.
Dietro l’apparente invincibilità del “Piscinin” – piccolo, in dialetto milanese, come lo aveva ribattezzato da ragazzo il massaggiatore Mariconti – c’era una vita costruita a colpi di dolore e riscatto. Orfano dei genitori a soli 14 anni, scartato dall’Inter perché giudicato troppo gracile, Franchino era stato accolto dal Milan nel 1974 e da quella maglia non si era più separato. “Avevo perso i genitori, il Milan mi ha salvato”, aveva confidato in una delle sue ultime interviste.
Nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare, poi l’immunoterapia e quel messaggio pieno di speranza affidato ai social: “Viva la vita“. Il peggio sembrava alle spalle. Nel febbraio scorso era persino stato uno dei tedofori delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, la fiamma stretta tra le mani come solo i simboli sanno fare. Ma una ricaduta non gli ha lasciato scampo.

La sua storia è la storia stessa del Diavolo. Cresciuto nel vivaio, esordì appena diciassettenne il 23 aprile 1978, capitano già a 22 anni, erede designato da Gianni Rivera. Attraversò gli anni bui del calcioscommesse e delle due retrocessioni in Serie B senza mai tradire, fino a diventare la colonna degli “Immortali” di Arrigo Sacchi e degli “Invincibili” di Fabio Capello. Silvio Berlusconi lo ha sempre chiamato “il mio sesto figlio”.
Una bacheca da capogiro: con il Milan 6 scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Supercoppe europee e 4 Supercoppe italiane. Con l’Italia è campione del mondo nel 1982 – da riserva, senza mai scendere in campo – e resta l’unico azzurro capace di conquistare un primo, un secondo e un terzo posto ai Mondiali.

Ma il ricordo più straziante resta quello di Pasadena, 1994. Rotto il menisco nella partita contro la Norvegia, recuperò miracolosamente per la finale contro il Brasile, giocando da gigante. Poi quel rigore sbagliato che consegnò la Coppa ai verdeoro e il suo pianto a dirotto, in mondovisione, che commosse un Paese intero. Un uomo di poche parole e di sentimenti fortissimi.
Dopo il ritiro, nel 1997, il Milan fece l’unica cosa possibile: ritirare la maglia numero 6, perché nessun altro potesse più indossarla. Oggi quel numero è diventato eterno davvero. Ciao Franco, sei per sempre.