Quasi 2.400 bambini senza posto al nido: nella città più ricca d’Italia, diventare genitori è ancora una scommessa.
Milano – C’è un momento preciso in cui a Milano ci si accorge di aver fatto un figlio nel posto “sbagliato”. Non è quando si valuta il costo di un appartamento, né quando si calcola quanto rende un mutuo. È quando si scopre che trovare un posto al nido comunale, quello che dovrebbe essere il servizio pubblico per eccellenza, il presidio dello Stato nei primi mille giorni di vita, assomiglia più a una lotteria che a un diritto.
Per l’anno educativo 2026-2027 le famiglie milanesi hanno presentato quasi 6.900 domande. I posti disponibili sono poco più di 4.500. Significa che quasi 2.400 bambini restano fuori, in lista d’attesa, mentre i loro genitori si trovano a fare i conti con un’alternativa che di alternativo ha poco: il privato, dove le rette possono arrivare a 700 euro al mese, con punte ancora più alte in certi quartieri. Nei nidi comunali la tariffa massima supera già i 500 euro. In entrambi i casi, parliamo di cifre che mangiano stipendi interi, che trasformano la maternità in un problema di bilancio familiare prima ancora che una scelta di vita.
Palazzo Marino conta di recuperare circa 600 posti attraverso gli scorrimenti delle graduatorie nei prossimi mesi. Un cuscinetto parziale, che non chiude il gap ma lo limita. Nel frattempo, i numeri raccontano qualcosa di più profondo e più inquietante del semplice disallineamento tra domanda e offerta. Oggi tra nidi e scuole dell’infanzia comunali frequentano circa 27mila bambini. Meno di dieci anni fa erano oltre 38mila. Undicimila bambini in meno, scomparsi non dalle aule ma dai progetti di vita di una generazione che ha smesso di fare figli o che, forse, non ha mai avuto le condizioni per farlo davvero.
Il paradosso milanese è tutto qui: la città con il PIL pro capite più alto d’Italia, la capitale economica del Paese, non riesce a garantire un posto al nido a chi ci nasce. Le liste d’attesa non sono un’emergenza congiunturale ma la fotografia di un sistema che non tiene, in una metropoli che si vende al mondo come moderna ed efficiente ma che sul tema della conciliazione tra lavoro e famiglia continua a scaricare il peso sulle spalle delle donne. Perché è quasi sempre su di loro che ricade la scelta: restare a casa, affidarsi ai nonni se ci sono, arrangiarsi con soluzioni precarie, oppure rinunciare.
Nessuna di queste è una risposta all’altezza di una grande città.