Il dissesto del Fondo Casella scuote la previdenza

La fine annunciata della cassa integrativa dei poligrafici apre uno scenario inedito nel sistema pensionistico nazionale.

La parabola del Fondo Casella rappresenta una vera e propria svolta in negativo nel panorama della previdenza integrativa in Italia. Nato decenni fa come uno dei primi esperimenti del settore per offrire una protezione economica aggiuntiva agli addetti dell’editoria e della stampa, il fondo si è scontrato nel tempo con un’insostenibile contrazione occupazionale.

A differenza delle forme pensionistiche volontarie tradizionali, il modello prevedeva il versamento forzoso in busta paga di contributi a carico sia delle maestranze che delle aziende. Il progressivo ridimensionamento dell’intera filiera industriale ha però compromesso irrimediabilmente la stabilità dei conti: gli ultimi dati rilevati a fine 2024 mostravano uno squilibrio strutturale drammatico, con appena 1.650 lavoratori attivi chiamati a sostenere l’impianto finanziario per 11.488 pensionati.

Di fronte al rifiuto delle autorità centrali di assorbire l’ente nell’Inps – strada già percorsa in passato per salvaguardare il sistema previdenziale dei giornalisti – la sorte del Fondo Casella si è avviata verso il binario morto della liquidazione.

L’avvio delle procedure per la chiusura del fondo è accompagnato da un duro scontro sul piano delle garanzie procedurali. Mentre le sigle sindacali hanno motivato la scelta di liquidare la cassa indicando un supposto avallo giunto dall’organo di vigilanza, la Covip ha smentito ufficialmente di aver mai autorizzato l’operazione, aprendo forti interrogativi sulla regolarità dell’iter. Sul piano operativo, la linea concordata con le rappresentanze prevede il passaggio delle posizioni verso il Fondo Byblos, ma a condizioni estremamente penalizzanti. Gli iscritti che accetteranno il trasferimento vedranno riconosciuta una quota pari al solo 23% dell’intero ammontare maturato negli anni. Per chi deciderà di non aderire al nuovo fondo la perdita sarà ancora più ingente: verrà restituita esclusivamente la quota versata a titolo personale (pari allo 0,5% dello stipendio), cancellando la componente datoriale che rappresentava ben il 23,45% dei contributi complessivi.

Il capitolo più severo del piano di svuotamento riguarda quanti già percepiscono il trattamento integrativo. Dopo aver già subito un’ingente riduzione dell’88% per effetto dei prelievi di solidarietà, i pensionati vedranno azzerata l’erogazione della rendita mensile. Al suo posto verrà corrisposto un unico pagamento in capitale calcolato sulla riserva matematica, calmierato al 23% del valore attuale dei diritti futuri. La portata dell’operazione ha spinto il coordinamento autonomo degli iscritti a rivolgersi direttamente al Parlamento e ai ministeri competenti tramite una lettera aperta, sottolineando l’assoluta gravità del momento: per la prima volta nell’ordinamento italiano vengono soppresse d’autorità le prestazioni maturate all’interno di un regime previdenziale obbligatorio. Nonostante la richiesta di un blocco delle procedure e di un esame sulla legittimità degli accordi, il cronoprogramma procede senza sosta, con l’entrata in vigore della liquidazione dal 1° novembre e il formale passaggio di consegne al liquidatore programmato per il 9 novembre.