Il lavoro rende liberi…di morire

Gli esperti del settore rivelano che la salute mentale messa a rischio sui luoghi di lavoro andrebbe affrontata con un approccio olistico ma spesso non è possibile.

Nelle scienze sociali il lavoro non indica solo fatica ma viene definito come un’occupazione, ossia un’attività sistematica e specializzata. La contropartita è il reddito ovvero un riconoscimento sociale distinto dal semplice soddisfacimento di bisogni personali o domestici come cucinare in un ristorante rispetto a farlo per la propria famiglia.

Il fatto che il lavoro non sia solo fatica bisognerebbe chiederlo a quei poveri cristi di extracomunitari sfruttati nelle campagne italiane per fare arrivare frutta e verdura sulle nostre tavole. Oppure a chi lavora in miniera o agli operai edili che lavorano all’aperto, col caldo afoso e col maltempo.

Eppure la civiltà contadina, che di fatica se ne intendeva, aveva compreso il fulcro del lavoro sostenendo che “esso nobilita l’uomo, ma lo rende simile alle bestie”. Ossia se può conferire dignità in una prima fase, alla lunga diventa alienante, perché l’unico scopo è lavorare come una bestia da soma.

Inoltre la menzogna più crudele e beffarda sul lavoro è stata la frase scritta sui cancelli dei campi di concentramento nazisti, che così recitava: “Il lavoro rende liberi”. Sì, di essere sottoposti a lavori forzati estremi, torture e sterminio sistematico. Cosi come sta avvenendo in altra parte del mondo ancora oggi…

Quindi l’enfasi e la retorica sul lavoro come mezzo di appagamento e di creatività lascia il tempo che trova, almeno per la gran parte dei lavoratori. E’ come una strada senza via di uscita, ovunque si cerca di andare si resta sempre in trappola.

Questa asserzione è confermata dal fatto che se non si ha un lavoro non si sopravvive e ci si ammala, se lo si ha si fatica ad andare avanti e il burnout nuoce alla salute mentale. Quest’ultimo aspetto è stato confermato da un report a cura dell’EU-OSHA, agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, in cui è emerso che, purtroppo, la correlazione lavoro-salute mentale è poco riconosciuta nelle aziende.

Il 45% dei lavoratori ha dichiarato di essere esposti a rischi per la salute mentale sul luogo di lavoro. Straordinari, cadenze pressanti, mansioni in cui si è molto coinvolti, sono i tratti caratteristici che nel lungo periodo nuocciono alla salute mentale.

Come rilevato dall’Istituto Sindacale Europeo (ETUI), il centro di ricerca, formazione e documentazione della Confederazione Europea dei Sindacati, i problemi di salute mentale sul lavoro hanno un costo non indifferente, pari ad oltre 100 miliardi di euro l’anno, valutando assenze, diminuzione della produttività, spese sociosanitarie.

Il lavoro rende liberi ma anche schiavi. Quando si fatica sul serio…

Malgrado questi dati sia datori che lavoratori, finora, hanno preso sottogamba il fenomeno. Secondo gli esperti la salute mentale messa a rischio sui luoghi di lavoro andrebbe affrontata con un approccio olistico del benessere dei lavoratori.

Vanno analizzati i pericoli ed intervenire per arginarli, minimizzandoli. Le cause vanno rintracciate in orari estenuanti, rapporti difficili coi colleghi e management, fino ad arrivare alle minacce, molestie, bullismo e violenza vera e propria.

Il fenomeno non va valutato individualmente ma deve riguardare l’ambiente dei lavoratori nel suo complesso. Affinché ciò si possa concretizzare i lavoratori devono partecipare al processo. Pare infatti che solo meno della metà sia coinvolto.

Per questi motivi la Commissione Europea (CE) il 13 ottobre scorso ha promosso l’iniziativa “Ambienti di lavoro sani e sicuri 2026-2028” per la prevenzione, valutazione e gestione delle criticità della salute mentale sui luoghi di lavoro.

Oltre a produrre benefici alle persone fa bene all’economia in generale e al servizio sanitario. Una soluzione estrema sarebbe l’abolizione totale del lavoro. Ma più che un’utopia si tratta di una chimera. E poi come si potrebbe?