Svolta nel cold case di Mortara, dopo 39 anni indagata la moglie

Per la perizia Francesco Ancona fu avvelenato, colpito alla testa e investito. Sotto inchiesta anche un presunto sicario.

Pavia – Per quasi quarant’anni la sua morte è rimasta chiusa in un fascicolo con una sola parola: suicidio. Ma Francesco Ancona, l’operaio siciliano di 48 anni trovato senza vita lungo la provinciale 26 a Mortara l’11 febbraio 1987, non si sarebbe tolto la vita. Sarebbe stato avvelenato, massacrato a colpi in testa e poi lasciato sotto le ruote di un mezzo pesante. È la verità choc che emerge dalla consulenza autoptica della professoressa Cristina Cattaneo, depositata in Procura a Pavia. E tra i due indagati c’è anche la moglie.

Secondo il medico legale, lo stesso che ha lavorato sul delitto di Garlasco, Ancona fu colpito più volte al capo con un corpo contundente. Provò a difendersi, come racconta una ferita da difesa alla mano sinistra, poi morì dopo un’agonia di circa un’ora. Sul corpo e sui vestiti c’erano tracce di benzina: per gli inquirenti, il segno di un tentativo fallito di bruciare il cadavere. Negli ultimi giorni di vita l’uomo era apparso stranamente debole, un quadro compatibile con un avvelenamento. E la perizia smonta anche la depressione su cui si era retta l’archiviazione: non ce n’è traccia.

L’ultimo pomeriggio Francesco lo aveva trascorso con la moglie. Il 10 febbraio i due avevano preso il treno delle 17.38 per Vigevano, poi si erano separati: lui alla Camera del lavoro per chiarire la sua situazione lavorativa, lei a sbrigare commissioni. L’appuntamento era in stazione. “Ho aspettato mio marito fino a oltre le 20”, raccontò la donna. Poi tornò a casa da sola e ne denunciò la scomparsa. La mattina dopo, i carabinieri bussarono alla porta con la notizia peggiore.

I figli a quella versione non hanno mai creduto. Già nel 1987 avevano puntato il dito proprio sui due attuali indagati: la vedova Giovanna Navarra, oggi 76enne e tornata a vivere nel Trapanese, e Domenico Scarfò, residente a Vigevano, per la Procura il presunto sicario. Ma le indagini presero subito la strada del suicidio, e il camion che lo avrebbe travolto non fu mai trovato.

Il caso si è riaperto nel settembre 2024, quando dalla Procura di Trapani sono arrivati gli atti di un altro processo a carico della donna, accusata di aver tentato di far uccidere il figlio da un sicario, poi assolta perché il fatto non sussiste. La salma è stata riesumata a Castellammare del Golfo. Ora gli inquirenti valutano il movente: una relazione extraconiugale della moglie.

Le indagini sono ormai alle battute finali. “Il decorso del tempo non attenua l’esigenza di giustizia, ma ne amplifica il valore morale e civile”, dice l’avvocata Annalisa Gasparre, che assiste la figlia Maria. Dopo 39 anni, la famiglia aspetta di sapere chi ha spezzato quella vita.