L’esposto della vedova ha spinto i magistrati a rianalizzare le prove. Si cercano tracce di DNA sul coltello e sul fazzoletto insanguinato.
Pavia – A distanza di oltre tre lustri dai fatti, la magistratura di Pavia azzera le precedenti conclusioni e dispone un cambio di rotta radicale: la tragica scomparsa dell’ottantottenne Giovanni Ferri potrebbe non essere stata la drammatica conseguenza di un gesto estremo, bensì di un omicidio volontario. L’inchiesta, attualmente aperta a carico di ignoti, mira a fare piena luce su quanto accaduto il 22 novembre 2010 a Garlasco, quando l’ex meccanico venne rinvenuto privo di vita in una stretta intercapedine di via Mulino, con profonde lacerazioni alla gola e alle articolazioni dei polsi.
I primi rilievi effettuati all’epoca liquidarono la vicenda come un suicidio, malgrado le vistose anomalie legate alla gravità delle ferite e all’età avanzata della vittima. La svolta odierna, anticipata durante l’emissione televisiva Mattino 5, nasce dalla formale istanza presentata a settembre dalla vedova dell’uomo, Gabriella Conti, con l’assistenza dell’avvocato Fabrizio Gallo. Gli accertamenti sono stati ora affidati al nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, chiamati a riesaminare i reperti storici con le moderne tecnologie scientifiche: l’attenzione si concentrerà in particolare sul coltello repertato sul posto e su un fazzoletto intriso di sangue, nel tentativo di isolare profili genetici appartenenti a terzi.
La morte di Ferri si consumò in una fase in cui la comunità di Garlasco era fortemente scossa dal clamore mediatico e dalle indagini sull’assassinio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007. In quel contesto si rincorsero voci e congetturati collegamenti con altri decessi poco chiari registrati in zona, tra cui la scomparsa del medico curante dell’anziano, Corrado Cavallini, e quella di Michele Bertani nel 2016. Tuttavia, l’ipotesi che Ferri sia stato ucciso perché testimone involontario di fatti illeciti non ha mai trovato conferme sul piano processuale.
L’obiettivo primario degli inquirenti è di ricostruire in modo meticoloso le ultime ore di vita dell’anziano, analizzandone le frequentazioni, per verificare se l’uomo avesse subito intimidazioni o se fosse rimasto vittima di un’aggressione brutale poi camuffata da gesto volontario.



