Secondo i dati a disposizione nel 2024 si sono trasferiti all’estero 141 mila giovani, di cui 45 mila con titolo di studio terziario.
Negli ultimi decenni è diventata consueta l’espressione “fuga dei cervelli”, ossia l’emigrazione di persone con alta specializzazione e talento verso Paesi stranieri che offrono condizioni lavorative ed economiche migliori. Le cause della diffusione di questo fenomeno sono tante e varie, tra cui, secondo gli esperti, gli stipendi quasi da fame.
In Italia, infatti, un neolaureato guadagna in media 1.384 euro netti al mese contro i 1.963 euro all’estero; precariato, oltre l’80% dei nuovi contratti di lavoro giovanili risulta a termine o instabile; assenza di meritocrazia.
Chi ha talento viene scarsamente valorizzato ed ha poche prospettive di carriera. Si tratta di un “capitale umano” formatosi nel nostro Paese, ovvero risorse che, tuttavia, vengono valorizzate all’estero. Il termine “capitale umano” non scandalizza più nessuno, ormai.
A conferma della pervasività del sistema capitalistico che riduce tutto a merce, anche l’essere umano. Il suo valore è stato stimato in un disavanzo, tra il 2011 e 2013, di 134 miliardi di euro. L’area che subisce i danni maggiori è il Mezzogiorno, con centinaia di migliaia di giovani qualificati in fuga verso l’estero e verso il Centro-Nord.
Un fenomeno che inasprisce la crisi demografica, accelerando il processo di invecchiamento della popolazione attiva nel Paese. Secondo uno studio curato da Teha Italia, un importante gruppo di consulenza strategica, la perdita di risorse umane ha un impatto negativo sul PIL.
L’analisi è stata presentata durante il recente “Forum di Cernobbio”, sul lago di Como, un evento che raduna leader mondiali, ministri e big dell’economia per 3 giorni e che si tiene ogni anno, dal 1975, durante il primo fine settimana di settembre, quest’anno dal 4 al 6 settembre.
Secondo i dati a disposizione nel 2024 si sono trasferiti all’estero 141 mila giovani, di cui 45 mila con titolo di studio terziario. Negli ultimi 10 anni i profili ad alta qualifica spariti dal territorio nazionale sono stati 300 mila. Il sistema Italia nel suo complesso spende, ogni anno, 7,2 miliardi di euro per far completare gli studi fino alla laurea a persone che saranno valorizzate altrove.
Oltre al costo formativo c’è da considerare la ricchezza mai prodotta nella nostra economia, la cui stima oscilla tra i 10,7 e gli 11,4 miliardi di euro annui. Un’occhiata alle lauree più richieste all’estero ci informa di trattarsi di titoli di studio altamente specializzati ed a alto valore tecnologico, in settori decisivi nel mercato attuale.

Sono tutte del comparto tecnico-scientifico, come ingegneria, informatica, meccatronica, data science e ingegneria biomedica, biologia molecolare, chimica farmaceutica e scienze cliniche. Inoltre, economia e finanza, tra cui: econometria, analisi quantitativa e finanza d’impresa.
Per il 93,9% delle aziende italiane intervistate la fuga dei cervelli costituisce una grave criticità, con forti danni sull’organizzazione dell’azienda e sulla sua capacità di stare sul mercato. Non mancano, nel report, i suggerimenti per invertire la rotta.
Ad esempio: fiscalità agevolata per le aziende che aumentano gli stipendi ed assumono a tempo indeterminato; procedure semplificate per attirare professionisti dall’estero; creazione di un fondo per il sostegno alle startup a tecnologia avanzata.
Secondo il resoconto in questo modo si potrebbero recuperare quasi 120 mila laureati entro il 2035, con una crescita potenziale pari a 11,1 miliardi di euro annui.
Ci si augura che queste previsioni non siano come quelle assicurativo/finanziarie che prospettano rendimenti ottimali basati su condizioni irrealizzabili nel concreto…


