Nel Belpaese esiste una ricca tradizione di questa tipologia di cibi come il supplì romano, gli arancini siciliani, le pizze fritte napoletane e le piadine romagnole.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha definito il “cibo da strada” o “street food” per chi ama gli anglicismi, come una vasta gamma di alimenti e bevande pronti per il consumo, preparati e venduti per strada, spesso in occasioni particolari come mercatini o fiere.
E’ consueto trovare per le vie del centro delle nostre città commercianti ambulanti che su un banchetto provvisorio espongono le loro leccornie cotte e mangiate od anche piccoli furgoni o veicoli similari specificatamente allestiti. Il fenomeno ha preso piede al punto che sono sorti localini ad hoc che offrono preparazione e vendita di cibo da strada.
Una riedizione, adeguata ai nostri tempi, del vecchio motto partenopeo “Frijenno e magnanno“, che significa letteralmente “friggendo e mangiando“, nato per descrivere il cibo di strada servito bollente e consumato all’istante. Il detto nasce dai vecchi friggitori ambulanti di Napoli che preparavano i prodotti al momento, in grandi padelle, urlando la famosa frase per richiamare i passanti.
Una celebre scena iconica della vendita per strada della pizza fritta (l’attuale cibo da strada) è un episodio del famoso film di Vittorio De Sica del 1954 “L’oro di Napoli” interpretato da una giovane e seducente Sophia Loren. Negli ultimi 10 anni il settore ha raddoppiato le sue attività commerciali, a conferma che procede col vento in poppa.

Gli esperti ritengono che la sua popolarità sia dovuta al rispetto di condizioni rapide e semplici in grado di esaltare prodotti tipici locali. Inoltre la comodità di un pranzo al volo completa il quadro idilliaco. Quindi il cibo da strada esercita il suo appeal proprio per il fatto di essere cotto e mangiato, una soddisfazione istantanea di un proprio desiderio culinario.
Esistono anche piatti un po’ più sofisticati ma l’aspetto allettante è che non bisogna indossare l’abito di gala per degustarli. Poi c’è un aspetto non trascurabile, soprattutto per quelle persone eternamente titubanti che vanno in paranoia quando si trovano di fronte a menu lunghissimi e non sanno cosa scegliere. Nel caso del cibo da strada, l’offerta è circoscritta alle prelibatezze del luogo in cui ci si trova.
Sulla sicurezza alimentare meglio andare coi piedi di piombo, nel senso che fino a qualche tempo fa era un po’ lasciata all’iniziativa del singolo imprenditore. Ora pare, invece, che i veicoli che girano per i nostri centri storici, attrezzati con una cucina mobile per preparare e vendere cibo e bevande per strada, dovrebbero rispettare la legislazione sulla sicurezza alimentare.
Almeno si spera. Inoltre sembrerebbe non trattarsi del cosiddetto “cibo spazzatura” (o junk food) un alimento ad alto contenuto calorico ma con un valore nutrizionale molto basso o nullo, che provoca danni alla salute.
Nel Belpaese ci sono tante specialità da non perdere poichè esiste una ricca tradizione di cibo da strada regionale. Ne ricordiamo alcuni, tanto per stimolare l’acquolina in bocca: arancini siciliani, timballi di riso croccanti ripieni di ragù, piselli o formaggio; supplì romano, crocchette di riso con un cuore filante di mozzarella che sono un piacere per il palato.
Poi si passa alla piadina romagnola, una sfoglia sottile farcita con salumi, formaggi o verdure; pizza fritta napoletana, un disco di pasta lievitata e fritta, farcito con ricotta, cicoli o pomodoro; olive all’ascolana, olive tenere ripiene di carne, impanate e fritte.
Nel frattempo l’acquolina si è trasformata in fame. Non resta che andare per le vie del centro alla ricerca di qualche leccornia per placarla.


