Dopo la condanna di tre 007 egiziani per il sequestro, Paola e Claudio parlano per la prima volta: “La dignità di un Paese non è negoziabile. Non togliete gli striscioni gialli”.
Roma – Dieci anni di depistaggi, silenzi e porte sbattute in faccia, e poi finalmente una sentenza scritta nel nome del popolo italiano. Ma per Paola e Claudio Regeni la giustizia, da sola, non basta più. I genitori del ricercatore friulano torturato e ucciso al Cairo nel 2016 rompono il silenzio e trasformano il dolore in un atto d’accusa che pesa come un macigno sulle spalle del governo: ora quel verdetto va “agito”, pretendendo rispetto da un regime che per anni ha preso in giro l’Italia.
A parlare, per la prima volta dopo la decisione dei giudici, sono proprio Paola e Claudio in un’intervista a La Repubblica, affiancati come sempre dal loro avvocato Alessandra Ballerini. “Proviamo tanti sentimenti ed emozioni differenti tra di loro – raccontano –, non è stato facile metabolizzare e comprendere fino in fondo la portata della sentenza”. Soddisfatti, sì, perché gli sforzi loro e della procura di Roma “sono stati ripagati”. Ma quella parola, tortura, accostata al nome del figlio, continua a fare male: oggi però è “finalmente ed inequivocabilmente riconducibile ai suoi artefici”.
Il verdetto era arrivato lunedì 28 settembre, dopo otto ore di camera di consiglio. La Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni tre 007 egiziani – il maggiore Sharif e i colonnelli Helmi e Kamel – ma solo per il sequestro di persona, non per l’omicidio. Assolto il quarto imputato, il generale Tariq Sabir. Una pena ben lontana dall’ergastolo e dai 17 anni e mezzo chiesti dalla procura, ma che per la prima volta mette nero su bianco la responsabilità degli apparati di sicurezza del Cairo.
È qui che la soddisfazione lascia il posto alla denuncia. Negli anni, accusano i Regeni, “non si può certo dire che il governo del nostro Paese ci abbia sostenuto nell’ottenere collaborazione dal regime egiziano. Collaborazione che in effetti non è mai esistita”. E ora chiedono un gesto netto: reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall’Avvocatura dello Stato e rompere i rapporti “con un Paese che è lontano dall’essere sicuro, tanto che tortura e uccide anche i cittadini degli Stati amici”.
Un affondo che diventa anche un appello alla dignità nazionale: “La nostra democrazia non può costantemente essere presa in giro e messa in un angolo dall’arroganza di un regime. Anche se in quel regime ci sono riserve energetiche”. Finché “la cosiddetta real politik prevarrà sulla tutela dei diritti – avvertono – nessun cittadino sarà sicuro nel mondo”. Un pensiero va anche a Nessy Guerra, la connazionale trattenuta in Egitto: proprio il suo caso, dicono, dovrebbe spingere l’Italia a mostrarsi “intransigente”.
Infine l’appello al popolo giallo, la rete di cittadini che da dieci anni accompagna la famiglia. Niente striscioni ammainati: “Proprio ora, più che mai, l’onda gialla deve farsi presidio dei diritti”. Braccialetti ai polsi, striscioni ai balconi, panchine gialle da continuare ad “abitare”. Perché la giustizia, concludono Paola e Claudio, “in una sentenza emessa in nome del popolo italiano è stata scritta. Ma ora deve essere agita!”.
Sul fronte politico, intanto, le parole del vicepremier Antonio Tajani – “non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone” – hanno acceso la polemica con le opposizioni, mentre la premier Giorgia Meloni frena: “Siamo solo al primo grado, chiudere i rapporti diplomatici crea maggiori difficoltà”. La palla, come chiede la famiglia, è ora nelle mani del governo.



