Giulio Regeni, la prima verità dopo dieci anni: tre 007 egiziani condannati

La Corte d’Assise di Roma li ritiene colpevoli del sequestro del ricercatore friulano. Assolto il generale. In piazza il “popolo giallo” con mamma e papà.

Roma – Ci sono attese che sembrano non finire mai, sospese in un silenzio che pesa come pietra. Alle 18.20 di lunedì, dopo oltre otto ore chiusi in camera di consiglio, i giudici della Prima Corte d’Assise di Roma sono rientrati nell’aula intitolata al magistrato Vittorio Occorsio. I presenti si sono alzati in piedi, trattenendo il fiato, mentre la giudice Paola Roja iniziava a leggere il dispositivo. Dopo 3.890 giorni dal ritrovamento del corpo martoriato di Giulio Regeni, il ricercatore friulano di 27 anni sequestrato, torturato e ucciso al Cairo, l’Italia ha finalmente scritto la sua prima verità giudiziaria.

Il verdetto pesa come un macigno e insieme lascia l’amaro in bocca. Tre agenti dei servizi segreti egiziani, la temuta National Security, sono stati condannati a 10 anni di carcere ciascuno: i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato invece assolto.

C’è però una piega dolorosa in quelle poche righe lette dalla giudice. I tre 007 sono stati ritenuti colpevoli soltanto del sequestro di persona, non dell’omicidio né delle torture che hanno spezzato il corpo di Giulio. La Procura, con il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, aveva chiesto ben altro: l’ergastolo per Sharif, indicato come l’uomo che avrebbe materialmente ucciso il ricercatore, e 17 anni e 6 mesi per gli altri tre.

Perché quella condanna, per quanto storica, arriva al termine di un decennio di muri di gomma, depistaggi e silenzi. Delle 64 richieste di rogatoria inoltrate dai magistrati italiani, Il Cairo ne ha ignorate 39. Le autorità egiziane hanno provato di tutto per soffocare il processo sul nascere: dall’ipotesi dell’incidente stradale al macabro depistaggio del marzo 2016, quando cinque presunti rapinatori vennero uccisi e spacciati per i responsabili del delitto.

Se oggi si è arrivati a una sentenza lo si deve a una vera rivoluzione giuridica. Il processo era rimasto paralizzato perché gli imputati, protetti dal loro Stato, non erano mai stati raggiunti dalle notifiche. È servito l’intervento della Corte Costituzionale, nel 2023 e poi nel 2026, per stabilire che quando un Paese straniero copre i propri funzionari accusati di torture, il processo in Italia deve celebrarsi comunque.

Fin dall’alba, intanto, Piazzale Clodio si era colorato di giallo. Centinaia di cittadini, studenti e attivisti hanno accolto con un abbraccio composto i genitori Paola Deffendi e Claudio, la sorella Irene e l’avvocata di famiglia Alessandra Ballerini. Con loro, tra gli altri, anche la segretaria del Pd Elly Schlein. Quel “popolo giallo” che da dieci anni non ha mai smesso di chiedere una sola cosa: verità e giustizia per Giulio.

Non è la parola fine. Sarà il primo grado, non l’ultimo. Ma per la prima volta un tribunale ha messo nero su bianco che Giulio Regeni non è stato inghiottito dal caso, bensì da uomini in divisa. E il suo nome, ancora una volta, ha risuonato in un’aula di giustizia.