Gli inquirenti hanno passato al setaccio i dispositivi elettronici dei Di Vita. Come è arrivato il potente veleno in quella casa?
Campobasso – C’è un veleno silenzioso, senza colore né sapore, che nel cuore delle feste di Natale è entrato in una casa di paese e ha ucciso una madre e la sua bambina di appena 15 anni. Nove mesi dopo quella tragedia che ha lasciato senza fiato tutta Italia, la verità potrebbe essere rimasta intrappolata dentro un vecchio computer e 10 chiavette Usb.
Sono durate circa 4 ore le delicate operazioni con cui gli specialisti dello Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia, hanno acquisito e catalogato ogni singolo dato contenuto nel computer Lenovo e nelle 10 pen drive sequestrate lo scorso 31 luglio nell’abitazione della famiglia Di Vita a Pietracatella, piccolo borgo in provincia di Campobasso. Accertamenti tecnici irripetibili, disposti dalla Procura di Larino, che ora avrà 60 giorni di tempo, salvo proroghe, per passare al setaccio quel materiale.
L’inchiesta è quella sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, appena 15, uccise da una intossicazione acuta da ricina dopo una cena consumata la sera del 23 dicembre 2025. A quella tavola c’erano anche il papà Gianni Di Vita e l’altra figlia Alice, sopravvissuti e oggi parti offese nel procedimento per duplice omicidio premeditato. Alle operazioni in Questura, a Campobasso, ha assistito il perito Giovanni Alfonso, consulente della famiglia.
Cosa cercano gli investigatori? Prima di tutto eventuali ricerche online sulla ricina e possibili contatti riconducibili al reperimento del veleno. Poi chat, email, messaggi sui social, fotografie, registrazioni vocali, note e documenti, insieme agli account usati dai componenti della famiglia. Sotto la lente finiscono anche le abitudini delle vittime, i loro rapporti con parenti e amici, gli appunti sugli alimenti consumati nei giorni precedenti alla morte e ogni traccia di eventuali malattie non conosciute. L’arco temporale è amplissimo: dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo.
Non è la prima volta che gli inquirenti battono la pista digitale. Già a maggio, durante un sopralluogo nella casa di Pietracatella, la polizia scientifica aveva prelevato cinque telefoni, un tablet, un computer e un router, cercando conversazioni e appunti sui pasti consumati tra il 22 e il 25 dicembre.
Resta però il grande giallo: come è arrivato il potente veleno in quella casa? La Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, procede per omicidio volontario, ma allo stato non ci sono persone formalmente indagate per la morte delle due donne. Nessuna ipotesi viene esclusa, nemmeno quella dell’incidente. Intanto un secondo filone, distinto, vede 5 medici indagati per omicidio colposo per la prima gestione sanitaria del caso.


