Resti umani ridotti a ossa sono stati trovati per caso sulle alture di Genova. Gli investigatori lanciano un appello ai parenti degli scomparsi: “Fatevi avanti”.
Genova – Una porta che nessuno apriva da almeno dieci anni, spalancata quasi per caso, e davanti agli occhi dei proprietari lo spettacolo che gela il sangue: un teschio, le ossa sparse e uno scheletro che indossava ancora i suoi abiti pesanti. È il macabro ritrovamento avvenuto nei giorni scorsi in un vecchio capanno degli attrezzi in via Molinetti, sulle alture di Nervi, sopra il Laghetto Cuore. Un mistero che ora i carabinieri della Compagnia di San Martino e la Procura provano a sciogliere, con un appello disperato ai familiari delle persone scomparse.
A fare la drammatica scoperta sono stati i proprietari del terreno, entrati nella piccola costruzione in muratura per alcuni lavori di pulizia. Quel manufatto abbandonato, a loro dire, non veniva aperto da almeno dieci anni. All’interno, il corpo ormai consumato dal tempo e le ossa in parte disperse, una circostanza che gli inquirenti collegano all’azione di piccoli animali che le avrebbero spostate negli anni.
Sul posto sono intervenuti forze dell’ordine e scientifica. Il medico legale Francesco Ventura ha fatto scattare il protocollo previsto per il ritrovamento di resti umani. Tutto lascia pensare che la morte risalga a molto tempo fa, ma a parlare, adesso, dovranno essere gli esami medico-legali.
Accanto allo scheletro gli investigatori hanno trovato gli oggetti di una vita ridotta all’osso: uno zaino nero, una ciotola con tracce di cibo e un piccolo flacone di prodotto antizanzare, l’unica cosa rimasta riconoscibile. Nessun documento, nessuna ricetta medica, nessuna iniziale. La taglia degli indumenti e i resti delle scarpe fanno propendere per un uomo, mentre gli oggetti di uso quotidiano raccontano di un capanno diventato con ogni probabilità il rifugio di un senzatetto. L’ipotesi più accreditata è quella di un uomo che aveva trovato riparo lì e vi sia morto, forse dopo un malore. Al momento nulla lascia pensare che la vittima fosse tenuta prigioniera.
Dare un nome a quei resti, però, è un’impresa. I primi accertamenti sulle persone scomparse di recente nella zona non hanno trovato riscontri: nessun caso compatibile. Per questo la ricerca si allarga indietro nel tempo, fino ad abbracciare almeno l’ultimo decennio, e si estende al resto d’Italia.
La speranza è tutta affidata alla scienza e alla memoria di qualcuno. La magistratura ha già disposto il prelievo di materiale osseo per l’estrazione del Dna, affidata al Ris di Parma, da confrontare con i dati antropometrici delle persone svanite nel nulla. Nell’attesa, l’appello degli inquirenti resta l’unico ponte gettato verso l’identità di quell’uomo dimenticato: chi ha un parente scomparso, anche molti anni fa, si faccia avanti.