Meloni annuncia il ritorno del meccanismo automatico legato all’Iva. Ma quanto finirà davvero nelle tasche degli automobilisti?
Roma – C’è una promessa che suona come una carezza per il portafogli degli automobilisti, ma che nasconde un enigma che nessuno, per ora, sa sciogliere fino in fondo. Dal 5 ottobre lo Stato smette di decidere caso per caso quanto tagliare sul pieno e affida il timone a un pilota automatico: le cosiddette accise mobili. La regola è tanto semplice quanto affascinante: più sale il prezzo alla pompa, più il Fisco restituisce agli italiani una fetta di quanto incassa in più con l’Iva. A metterci la firma è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al termine del Consiglio dei ministri: “Il 5 ottobre non si va a zero, perché interviene nuovamente il meccanismo delle accise mobili”.
Il ragionamento della premier prova a smontare ogni sospetto sui conti pubblici: “Lo Stato non prende una lira dall’aumento”, ha scandito, perché quello che incassa in più dal rincaro del carburante lo rigira ai cittadini per abbassare il costo alla pompa. Tradotto: quando il prezzo di benzina e diesel cresce, cresce in automatico anche l’Iva – che è al 22% ed è proporzionale al prezzo finale – e proprio quel maggior gettito viene usato per limare l’accisa, l’imposta fissa che paghiamo su ogni litro.
Il passaggio al nuovo sistema arriva dopo l’ennesima proroga a tempo dei tagli decisi dal governo. Sul gasolio lo sconto scende a 12,2 centesimi al litro dal 18 al 25 settembre, per poi dimezzarsi a 6,1 centesimi dal 26 settembre fino al 5 ottobre, una misura più leggera per le casse dello Stato. Alla scadenza, una volta noto il dato sull’extragettito Iva di settembre, scatta il meccanismo automatico. Archiviata, invece, l’ipotesi dei buoni benzina selettivi. In tutto, il governo ha messo sul piatto circa 2,5 miliardi di euro in questi mesi di caro-carburanti, sospinti dalle tensioni in Medio Oriente che hanno fatto correre il prezzo del petrolio.
Ma quanto finirà davvero nelle tasche degli italiani? Qui il quadro si fa nebbioso. L’entità dello sconto non è prevedibile con precisione, perché dipende dal maggior gettito Iva effettivamente disponibile e dalle condizioni previste per far scattare il taglio. E le associazioni dei consumatori frenano gli entusiasmi: sulla base dei precedenti, il beneficio rischia di fermarsi a pochi centesimi al litro. Federconsumatori chiede un taglio da 20 centesimi per garantire un risparmio concreto, l’Unione nazionale consumatori ne pretende almeno 10, mentre secondo Assoutenti uno sconto da 5 centesimi vale appena 3 euro su un pieno da 50 litri.
Non è una novità assoluta. Il meccanismo affonda le radici nella finanziaria del 2007 del governo Prodi, fu usato per la prima volta nel 2008 e riesumato dal governo Draghi nel 2022, durante la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Nel 2023 l’esecutivo Meloni ne ha rivisto il funzionamento. Ora la partita torna nelle mani degli automobilisti: dal 5 ottobre sapranno, litro dopo litro, quanto vale davvero la promessa.