Campania, Calabria, Sicilia e Puglia manifestano le loro criticità strutturali, senza alcun cenno di cambiamento. Ma dopo il Covid è stata un’ecatombe un po’ dappertutto.
La povertà è stata definita, finora, dalle scienze sociali come “uno stato di indigenza, caratterizzato da un livello di reddito troppo basso per soddisfare i bisogni fondamentali e da un’inadeguata disponibilità di beni e servizi di ordine sociale, politico e culturale”.
Ma esiste un altro di tipo di povertà: quella dei rapporti interpersonali, ossia il depauperamento dei legami sociali e familiari. Questi ultimi fattori sembrano collegati al peggioramento della salute mentale e alla crescita dell’incuria in generale.
Di questi aspetti se ne occupa CESVI (Cooperazione E Sviluppo), un’organizzazione umanitaria italiana laica e indipendente operante nella protezione dell’infanzia. Il 16 luglio ha pubblicato un database che riguarda l’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia, una banca dati statistica accessibile tramite un pannello di controllo che raccoglie 65 indicatori nazionali e regionali sulla protezione dei minori.
Ancora una volta è emerso il ruolo di catalizzatore della perfida pandemia che ha indebolito, ex abrupto, i rapporti individuali e sociali, influendo sulla salute mentale delle persone. Si sono incrementati, infatti, i casi di presa in carico dei servizi sociali, con presenza di angherie e soprusi concretizzatisi in realtà costituite da fragilità interpersonali, tensione continua in un contesto di forte disagio socioeconomico.
Ma a determinare la capacità di tutela dell’infanzia è l’efficacia delle risposte delle istituzioni. Come al solito è emersa un’Italia dualistica: da una parte aree in cui i servizi disponibili rispondono ai bisogni, dall’altra territori dove avviene il contrario. Dove si colloca quest’area? Ma nel Mezzogiorno, come volevasi dimostrare.
Campania, Calabria, Sicilia e Puglia manifestano le loro criticità strutturali, senza alcun cenno di cambiamento. Nella valutazione complessiva sono stati utilizzati 4 indicatori: il lavoro di cura dei figli, inteso non come scelta privata ma permanente di tutta la comunità, intendendo l’economia e la vita delle persone, soprattutto le donne; l’attitudine ad una vita sana, ossia senza uso di alcool, droghe e malattie mentali.
Seguono emarginazione sociale, violenze familiari e suo livello di tollerabilità sociale; vessazioni e capacità di reazione, dipendenti dal livello di istruzione delle donne e dal loro divario economico. Inoltre giocano un ruolo rischioso altri fattori quali gravidanza in età giovanile, consumo di alcool e droghe, gioco d’azzardo, che inseriti in un contesto di povertà di rapporti interpersonali in famiglia producono una realtà le cui cause sono molteplici.

I servizi territoriali disponibili comprendono per l’infanzia: sostegno educativo e scolastico, assistenza territoriale, consultori; per gli adulti: supporto alla genitorialità, ai servizi professionali, assistenza domiciliare, servizi per l’inserimento al lavoro e per l’accesso agli alloggi popolari.
La combinazione di questi due aspetti: la fragilità del contesto familiare e la risposta adeguata dei servizi sociali, rendono complicato quantificare la povertà dei rapporti interpersonali. Condizione che comunque esiste e da non trascurare, in quanto se per stabilire la povertà economica basta una cifra, per l’altra le sfumature sono molteplici da apparire invisibili ma più decisive.
Portarle alla luce è un lavoro di certosina pazienza e molto complesso. Ma va fatto, proprio per evitare che il morbo si diffonda ancora di più da essere incurabile.