Lo schiaffo alla memoria di Regeni: “Pace fatta tra Egitto e Italia”

A tre settimane dalla sentenza sui quattro 007 egiziani accusati del delitto, Il Cairo esulta per l’incontro tra Al-Sisi e Tajani.

Roma – Ci sono ferite che il tempo non chiude e sfregi che le riaprono con crudele puntualità. A dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano rapito e ucciso al Cairo nel gennaio del 2016, dall’Egitto arriva l’ennesimo colpo alla memoria di quel ragazzo e al dolore mai spento dei suoi genitori. Proprio mentre a Roma si avvicina la sentenza che dovrebbe finalmente fare giustizia, il regime del presidente Abdel Fattah Al-Sisi festeggia il disgelo con l’Italia. Con parole che suonano come una beffa: tra Il Cairo e Roma, ormai, sarebbe “pace fatta”.

A far indignare è soprattutto la tempistica. A tre settimane dalla lettura del verdetto, fissata per il prossimo 28 settembre davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma, Il Cairo ha scelto di celebrare in pompa magna l’incontro tra Al-Sisi e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, volato in Egitto lo scorso 3 settembre per la sesta volta dall’inizio del suo mandato. Un vertice “lungo e costruttivo”, ha raccontato lo stesso Tajani, all’insegna del coordinamento tra i due Paesi “sulle principali crisi regionali”, da Gaza al Libano, dal Mar Rosso allo stretto di Hormuz. Sul tavolo anche una dichiarazione congiunta sulla lotta all’immigrazione irregolare.

Tajani e Al-Sisi. Foto X/Antonio Tajani

Ma mentre i due governi si stringono la mano, a Rebibbia va in scena tutt’altra storia. Sul banco degli imputati siedono quattro uomini dei servizi segreti egiziani, la temuta National Security Agency, accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Regeni. Per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto l’ergastolo; 17 anni e mezzo ciascuno per gli altri tre: il generale Sabir Tariq, il colonnello Athar Kamel e Usham Helmi. Tutti processati in contumacia, protetti da un apparato che per anni ha depistato e negato ogni responsabilità.

A pesare come macigni restano le parole dei testimoni ascoltati in aula. Uno di loro, il libraio kenyota ribattezzato “Gamma”, ha riferito una frase agghiacciante attribuita a Sharif: “Abbiamo preso quell’accademico italiano, lo abbiamo fatto a pezzi. Io l’ho colpito”. Un altro, “Delta”, ha raccontato di aver sentito Giulio urlare mentre veniva torturato, in quello che ha definito “il cimitero dei vivi”.

In mezzo a questa realpolitik fatta di gas, migranti ed export, resta il silenzio dignitoso di Claudio Regeni e Paola Deffendi, i genitori che da oltre dieci anni chiedono soltanto verità e giustizia. “Un percorso interminabile, a ostacoli, in salita”, lo ha definito la loro avvocata Alessandra Ballerini. Ora manca poco. E il timore, denunciano i familiari, è che gli abbracci istituzionali de Il Cairo finiscano per pesare più delle torture inflitte a un ragazzo di trent’anni.