Desirée Mariottini, negato il risarcimento pieno alla famiglia

Il tribunale ha applicato il Fondo di indennizzo statale per le vittime di reati violenti, respingendo la richiesta più ampia avanzata dai familiari della sedicenne.

Roma – Quando il responsabile di un reato violento non ha i mezzi per risarcire il danno causato, lo Stato italiano prevede un meccanismo di sostegno alle vittime attraverso un fondo dedicato: uno strumento pensato non per compensare integralmente la sofferenza subita, ma per garantire comunque una forma di riparazione economica. È proprio su questo principio che si è giocata la battaglia legale più recente legata alla morte di Desirée Mariottini, la sedicenne uccisa a Roma nel 2018, e che ha visto la sua famiglia ottenere molto meno di quanto richiesto.

La questione è nata dall’impossibilità pratica di ottenere un risarcimento diretto dal principale responsabile del delitto. Yousef Salia, condannato all’ergastolo come autore dell’omicidio, è infatti nullatenente, una condizione che il diritto definisce “incapienza” e che rende impossibile recuperare somme di denaro da lui. Facendo leva su questa circostanza, la madre e la sorella della ragazza si erano rivolte allo Stato, richiamando le direttive europee che tutelano le vittime di reati violenti nei casi in cui il condannato non sia in grado di risarcire il danno, chiedendo circa 900mila euro complessivi.

La II sezione civile del tribunale di Roma ha accolto solo in parte le richieste della famiglia, riconoscendo l’indennizzo previsto dal Fondo del Ministero dell’Interno: 50mila euro per l’omicidio e 25mila per la violenza sessuale, per un totale di 75mila euro. A motivare questa distanza dalla cifra richiesta è stata una precisa distinzione giuridica, spiegata dai giudici nelle motivazioni: il risarcimento punta a compensare integralmente il danno subito, ricostruendo per quanto possibile la situazione precedente al fatto, mentre l’indennizzo assolve a una funzione soltanto riparatoria, che non deve necessariamente riflettere l’entità reale della sofferenza patita. Per il tribunale, il sistema del Fondo statale rappresenta comunque un’attuazione valida delle direttive europee, anche se non garantisce un ristoro pieno. La cifra riconosciuta, peraltro, non andrà interamente ai due familiari che hanno presentato la richiesta, ma dovrà essere suddivisa tra tutti gli aventi diritto, compreso il padre della ragazza.

Dietro questa vicenda civile c’è un processo penale concluso in via definitiva nell’ottobre 2024, quando la Cassazione aveva confermato le condanne per tutti gli imputati coinvolti: pene tra i 18 e i 26 anni per tre di loro, l’ergastolo per Salia. I quattro uomini, di origine africana, furono giudicati colpevoli a vario titolo di omicidio, violenza sessuale, cessione di droga e morte come conseguenza di altro reato. Desirée, originaria della provincia di Latina, fu drogata e abusata sessualmente mentre era priva di sensi, poi abbandonata agonizzante in uno stabile in disuso di via dei Lucani, a Roma, senza che nessuno degli imputati intervenisse per soccorrerla; secondo la Procura, fu addirittura ostacolato l’arrivo di un’ambulanza. Il suo corpo fu ritrovato il 19 ottobre 2018.

I legali della famiglia hanno già preannunciato ricorso contro la decisione, ritenendo che le direttive europee sulla tutela delle vittime non siano state applicate pienamente e che la normativa italiana non sia ancora del tutto allineata ai principi comunitari. Il caso si trasferisce ora alla Corte d’Appello.