La terra trema in Colombia: il numero dei morti aumenta di ora in ora

Novantasei secondi di terrore hanno raso al suolo interi quartieri. È il sisma più forte da mezzo secolo.

Cali Sono bastati poco più di novanta secondi perché la terra si aprisse e inghiottisse case, ospedali e chiese, trasformando una tranquilla mattina di lunedì nell’incubo più nero della Colombia da mezzo secolo a questa parte. Alle 7:34 del 10 agosto una scossa di magnitudo 7.4 ha scosso l’intera parte occidentale del Paese, con epicentro nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, e un ipocentro profondo oltre cento chilometri che ha fatto tremare edifici e strappato grida di terrore fino a Bogotá, Ecuador e Panama. Un boato spaventoso, poi l’inferno: il bilancio, che sale di ora in ora, conta già oltre 130 morti, più di 570 feriti e la cifra agghiacciante di 2.700 persone disperse, mentre soccorritori e familiari scavano a mani nude tra le macerie nella disperata speranza di sentire ancora un respiro.

A pagare il prezzo più alto è stata Pereira, cuore della regione del caffè, dove il sindaco Mauricio Salazar è scoppiato in lacrime in diretta televisiva: “Il bilancio è critico, ci sono decine di morti, migliaia di feriti e gli ospedali sono saturi”. Nella sua città almeno 65 edifici sono venuti giù come castelli di carta, quindici dei quali con persone intrappolate all’interno. In una piazza del centro un intero palazzo è collassato in una nuvola di polvere gialla, mentre sedici passeggeri restavano appesi nel vuoto su una funivia bloccata, salvati solo dopo sei interminabili ore.

Il dramma nel dramma si è consumato negli ospedali. All’ospedale universitario di Cali – la terza città del Paese – quattro piani dell’ala pediatrica e di terapia intensiva sono crollati con i piccoli pazienti ancora dentro. “Un dramma nel dramma, abbiamo bisogno di sangue”, ha implorato il direttore Irne Torres, mentre il chirurgo Juan Gallego lanciava sui social un appello disperato: “Venite tutti, l’ospedale è crollato, ho pazienti intrappolati in rianimazione”. A Manizales una torre della cattedrale basilica di Nostra Signora del Rosario è precipitata sulla navata, portandosi via anche la figura di Cristo dal campanile.

Il neopresidente Abelardo de la Espriella, in carica da appena tre giorni, si è ritrovato tra le mani la catastrofe che potrebbe segnare il suo intero mandato. Ha proclamato lo stato di calamità nazionale, mobilitato l’esercito con droni e termocamere e fatto rotta verso l’epicentro: “Il Chocó non sarà mai più l’isola dei dimenticati”. Sono stati imposti il coprifuoco a Cali e Pereira per fermare i saccheggi, chiuse le scuole, dichiarati danni a oltre 1.500 abitazioni e a sei aeroporti. Dagli Stati Uniti sono arrivati 15,5 milioni di dollari di aiuti, l’Europa ha attivato i satelliti Copernicus e persino Shakira ha affidato ai social il suo grido d’amore per la sua terra ferita.

In mezzo al lutto, il miracolo: a Cali i soccorritori hanno estratto vivi da un palazzo di cinque piani ridotto in briciole una madre e il suo neonato. Due cuori che continuano a battere, in un Paese che scava tra le pietre e prega perché quell’enorme numero di dispersi, 2.700, torni presto a scendere.