Una bomba per lanciarlo in politica: il paradosso dell’attentato a Ranucci

Valter Lavitola non voleva ferire il conduttore di Report, ma accrescerne la popolarità: “Tra due anni farai il presidente”.

Roma – L’attentato del 16 ottobre 2025 davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, aveva scatenato solidarietà, allarme democratico e fiumi di dietrologia. Ora l’ordinanza della Procura di Roma consegna una verità più prosaica e, proprio per questo, surreale: la bomba sotto l’auto del conduttore di Report sarebbe stata commissionata da Valter Lavitola. Non per intimidirlo. Non per fermare le sue inchieste. Ma, paradossalmente, per farlo diventare più popolare e spingerlo verso la politica. Un attentato “d’amore”, con tanto di strategia elettorale incorporata.

A firmare le 198 pagine dell’ordinanza è il Gip Iole Moricca, che il 10 agosto ha disposto il carcere per il faccendiere ed ex direttore de L’Avanti!, con l’aggravante del metodo mafioso. L’azione, scrive il giudice, sarebbe stata “commissionata da Valter Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i suoi progetti in ambito politico”. La bomba doveva apparire un avvertimento legato alle inchieste di Report, “ma mai per porre in effettivo pericolo l’incolumità del giornalista”.

E qui arriva la parte più incredibile. Ranucci, secondo il Gip, non era complice: “Allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola”. Al contrario, sarebbe stato vittima della manipolazione dell’indagato”, raggirato grazie alla “raffinata astuzia” del faccendiere e al “profondo legame” costruito negli anni. In una chat del 2024 Lavitola gli scriveva: “E tra due anni fai il presidente. Convinto che l’amico potesse prendere “il 30% da solo, senza partito, senza nulla, arrivò persino a commissionare un sondaggio sulla sua popolarità.

C’è una telefonata del 5 luglio che sembra uscita da una commedia dell’assurdo. Dopo la perquisizione, Lavitola racconta di aver parlato per due ore con Ranucci, che lo avrebbe difeso furioso con gli inquirenti. “Io spero che continui a fare questo”, dice il faccendiere, perché Ranucci è “un giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia”. E poi la frase chiave: “Dovrò attaccare un mio fratello?”. Fratello è la parola che tiene insieme tutta questa storia: un rapporto personale che, secondo l’accusa, aveva assunto una dimensione politica, con Lavitola pronto a ritagliarsi “un ruolo di primo piano nel nuovo scenario”.

La Procura dovrà stabilire le responsabilità penali di Lavitola, che rischia l’accusa di strage aggravata dal metodo mafioso insieme al suo factotum Gomes Clesio Tavares, latitante in Camerun. I quattro esecutori materiali campani sono già in carcere. Ma il paradosso resta difficile da eludere: l’uomo accusato di aver organizzato l’attentato era anche uno dei suoi più intimi amici. Lavitola voleva colpire Ranucci per renderlo più forte. E Ranucci, secondo il Gip, continuava a difenderlo persino dopo aver saputo che era sospettato di averlo fatto saltare in aria. Più che un attentato, sembra una storia d’amore. Solo che il cui prodest? non porta a un nemico di Report, ma a chi voleva diventare il suo grande alleato. E che forse aveva già deciso come far esplodere la carriera politica dell’amico.