Il grande business degli incendi estivi: chi guadagna sulle ceneri

Dietro le fiamme, spesso appiccate proprio dall’uomo, c’è un giro d’affari da 3 miliardi tra appalti, forestali stagionali e pasticci legislativi.

Roma – C’è un mostro che ogni estate divora boschi, case e vite lungo le coste del Mediterraneo, e ha un volto che facciamo fatica a guardare: il nostro. Non è il fulmine, non è l’autocombustione, non è la fatalità. Secondo i dati del Sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi (EFFIS), l’estate 2026 è già da bollino nero: quasi 370mila ettari andati in fumo nei quattro grandi Paesi UE affacciati sul mare nostrum – Spagna, Francia, Italia e Grecia – con un balzo del 70% rispetto alla media degli ultimi vent’anni. E il conto, con la stagione ancora aperta, è destinato a salire.

I numeri, verificati anche dalla Commissione europea, tolgono ogni alibi: circa il 96% degli incendi che flagellano l’Unione è causato dall’uomo. In Italia, denuncia l’ISPRA, le cause naturali si fermano ad appena l’1%. Il resto è tutta opera nostra: negligenza, imprudenza e, soprattutto, dolo.

Sul banco degli imputati siedono in due. Da una parte il cambiamento climatico, che prosciuga le piogge estive, allunga le siccità e trasforma la vegetazione in benzina pronta a esplodere. Dall’altra la mano dell’uomo, che quella benzina la accende. Ridurre tutto a sconsiderati barbecue o sterpaglie bruciate male sarebbe tuttavia un errore clamoroso. In Italia si è strutturata negli anni una vera e propria “industria del fuoco”, un sistema economico sommerso che – tra costi diretti per i soccorsi, appalti per i mezzi aerei, cantieri di bonifica e rimboschimenti – genera un giro d’affari stimato tra i 2 e i 3 miliardi di euro l’anno. Un perverso meccanismo per cui più il bosco brucia, più il sistema economico collaterale fattura.

Tra le cause strutturali del boom di roghi esploso nell’ultimo quinquennio c’è una data spartiacque: il 2016. Con l’attuazione del D.Lgs. 177/2016, attuativo della Riforma Madia, lo storico Corpo Forestale dello Stato è stato sciolto e assorbito nell’Arma dei Carabinieri. Un passaggio di consegne operativo conclusosi nel 2019 che ha redistribuito le competenze: alle forze armate la repressione e le indagini ambientali, ai Vigili del Fuoco le squadre d’intervento e lo spegnimento. Questa riorganizzazione ha finito per generare un vuoto strategico nelle attività quotidiane di presidio, prevenzione e pulizia del sottobosco che prima i forestali garantivano sul territorio.

Vigili del fuoco in azione in zona Monte Ciocci (Roma) per un incendio di sterpaglie e colture. Foto X/vigilidelfuoco

C’è poi un fronte italiano che brucia più degli altri. La Sicilia, pur ospitando appena il 3,5% dei boschi nazionali, arriva a concentrare in certi anni oltre il 50% di tutta la superficie bruciata in Italia. Nel devastante 2021, su 160mila ettari andati in fumo a livello nazionale, ben 87mila appartenevano all’isola. A bruciare le campagne siciliane è un mix letale dove si intrecciano gli incentivi per l’ingaggio di personale stagionale nei servizi antincendio, gli interessi delle ecomafie per svalutare i terreni e convertirli a impianti fotovoltaici o incassare contributi agricoli, e la pigrizia dei Comuni (solo il 60% ha aggiornato il catasto degli incendi per bloccare le speculazioni edilizie).

Fortunatamente, sul fronte investigativo la risposta dello Stato comincia a fare uso di nuove tecnologie. I Carabinieri Forestali utilizzano ormai il software MEG (Metodo delle Evidenze Geometriche), messo a punto dall’Università Federico II di Napoli: il sistema analizza la geometria delle fiamme e ricostruisce a ritroso il punto esatto di innesco, restringendo il campo d’indagine da 300 metri quadrati a soli 10, così da recuperare tracce di DNA e impronte digitali su accendini, inneschi o stracci. In Calabria, l’uso sperimentale di droni a energia solare capaci di volare per 15 ore consecutive ha ridotto i roghi locali del 40%, portando a diverse denunce in flagranza.

Gatti trasformati in torce viventi per dare fuoco alla Calabria. Frame da video

La battaglia decisiva, sostengono gli esperti di selvicoltura, non si vince però coi Canadair ma con la prevenzione invernale. In Portogallo, Spagna e Sardegna si è tornati a investire sul “fuoco prescritto” – bruciature selettive gestite nei mesi freddi d’intesa con i pastori – e sul pascolo controllato, che tiene il sottobosco pulito dal combustibile secco. Allo stesso tempo, occorre avviare una graduale conversione dei rimboschimenti del dopoguerra: via i pini e i cipressi, vere e proprie torce di resina prontamente infiammabili, dentro querce, lecci e specie autoctone latifoglie, più resilienti al fuoco.

Finchè bruciare le foreste continuerà a garantire fatturati, contributi ed emergenze straordinarie, l’Italia continuerà a contare le ceneri.