Un messaggio privato a due ex studenti sul genocidio fa esplodere il caso: oltre 16mila firme e quattro interrogazioni in Parlamento.
Roma – Bastano poche righe affidate a un messaggio privato, spedito a esami finiti, per far calare un’ispezione ministeriale su un intero liceo. È quanto accaduto al classico Francesco Vivona, dove il professore di latino e greco Massimo Sabbatini, stimato docente e membro del consiglio d’istituto, ha salutato due suoi ex alunni appena diplomati con un pensiero destinato a diventare un caso nazionale: chiunque diventerete, ha scritto in sostanza, ricordate che in questi anni di liceo c’è stato lo sterminio di Gaza, e che i colpevoli non sono solo quelli che lanciano bombe o droni: “Restate umani”.
Un congedo affettuoso, corredato di citazioni letterarie, indirizzato a due ragazzi ormai fuori dalla scuola, quando il rapporto tra insegnante e alunni era già formalmente chiuso. Eppure quelle parole, finite l’8 luglio sulle pagine del quotidiano Il Tempo grazie a uno studente anonimo che le aveva girate alla redazione, hanno acceso una miccia che nessuno è più riuscito a spegnere.
Il giorno 9 luglio scatta la macchina degli accertamenti. L’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio convoca in fila i docenti maschi di latino e greco e i rappresentanti di tutte le classi quinte. Nessun oggetto chiaro, solo un generico richiamo a un “accertamento”. Il panico tra i ragazzi è immediato: qualcuno teme addirittura di dover rifare l’esame di maturità. Poi la verità: sotto la lente c’è il messaggio di un privato cittadino ai suoi ex studenti. Durante le audizioni, raccontano i presenti, agli studenti viene chiesto perfino di consegnare il telefono per far leggere agli ispettori il testo incriminato.
Le convocazioni vanno avanti per due settimane, fino al 28 luglio. Ai ragazzi viene di fatto chiesto se altri docenti avessero mai parlato di Gaza in classe, se i professori “facessero pendere la storia da una parte o dall’altra”. Un clima che il collegio docenti del Vivona ha vissuto come un’incursione arbitraria dentro la scuola. La reazione è stata durissima: decine di insegnanti hanno rispedito ai propri ex alunni lo stesso identico messaggio di Sabbatini, con un unico slogan – “siamo tutti Massimo Sabbatini” – e hanno lanciato una petizione che ha superato le 16mila firme.

Il caso è approdato in Parlamento con quattro interrogazioni presentate da Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra. A rispondere, davanti alla Commissione Cultura della Camera, è stata la sottosegretaria all’Istruzione e al Merito Paola Frassinetti, che ha smorzato: non un’ispezione formale, ha precisato, ma “meri accertamenti” dovuti anche per la risonanza mediatica del caso. Netta però la linea del governo: “Un conto è la libertà di insegnamento costituzionalmente garantita – ha scandito – altro è definire gli esponenti politici dei Paesi civili e democratici come complici dello sterminio”. La scuola, ha aggiunto, non deve trasformarsi in “veicolo di propaganda ideologica”.
Sul fronte opposto, la stessa direttrice dell’USR Lazio, Anna Paola Sabatini, il 23 luglio ha di fatto svuotato l’intera vicenda con una frase: dalle audizioni “non sembra emergere nulla di grave”. E qui si annida il paradosso: due ispettori, due settimane di colloqui, decine di studenti e docenti passati al setaccio, per poi scoprire che non c’era nulla da scoprire.
Resta la domanda che agita presidi, genitori e sindacati: si può mettere sotto torchio una scuola intera per un messaggio privato spedito a esami conclusi? La palla ora è nelle mani del Ministero, chiamato a chiarire dove finisca la libertà di espressione garantita dalla Costituzione e dove cominci, semmai, l’indottrinamento.