28 dicembre 1908: la notte in cui l’Italia arrivò per ultima a salvare i suoi morti

Alle 5.21 del mattino una serie di scosse rasero al suolo Messina e Reggio Calabria, provocando circa 120mila vittime.

Messina – Nel quartiere Annunziata Alta sono partiti da alcuni mesi i lavori di restauro conservativo di una piccola struttura in legno costruita nel 1909, unico rifugio provvisorio sopravvissuto alle demolizioni degli ultimi anni. Fu il primo riparo per chi si salvò dal disastro dell’alba del 28 dicembre 1908, quando in appena trenta secondi la terra si aprì sotto Messina e Reggio Calabria, provocando complessivamente circa 120mila vittime, secondo le stime più accreditate.

La struttura commissariale per il risanamento ha affidato l’intervento, che durerà circa due mesi e non toccherà l’identità originaria dell’edificio: un gesto simbolico, più che edilizio, per chiudere idealmente l’epoca delle baraccopoli sorte da quella tragedia e mai completamente superate, dato che fino a pochi anni fa continuavano a ospitare migliaia di famiglie in alloggi nati come provvisori.

Quella notte Messina contava circa 140mila abitanti e ne perse 80mila; Reggio Calabria, che ne aveva 45mila, ne pianse 15mila. Il maremoto che seguì le scosse fece sparire il porto della città, scagliando le barche contro le macerie della “Palazzata”, lo storico fronte a mare che per due secoli era stato il simbolo di Messina. A raggiungere per primi i sopravvissuti non furono i soccorritori italiani, ma le navi da guerra russe Makaroff, Slava e Cesarevic, di stanza tra Augusta e Catania, che salparono a tutta forza dopo che il sindaco di Augusta, Antonio Omodei, convinse l’ammiraglio Litvinov a intervenire senza attendere l’autorizzazione da San Pietroburgo. Pochi minuti più tardi arrivarono anche le unità britanniche Sutlej e Boxer, salpate da Siracusa. Le navi italiane della Divisione Volante, comandate dal contrammiraglio Viale, si trovavano invece in navigazione tra Napoli e il Golfo di Palmas e attraccarono solo verso le 10.30 della mattina successiva.

Quanto restava dopo il terremoto

Sul disastro dei soccorsi italiani e sul contributo determinante di quelli stranieri, si sofferma “La terra trema”, il libro che lo storico Giorgio Boatti ha dedicato al terremoto, ricostruendo la vicenda anche attraverso documenti inediti. Boatti riporta i giudizi durissimi espressi nei mesi successivi da tre osservatori ufficiali inviati dalle rispettive nazioni, il console americano Bayard Cutting jr., il colonnello francese Elie Jullian e il colonnello inglese Charles Delmè-Radcliffe, secondo cui a Messina tutti avevano dato ordini ma nessuno li aveva eseguiti e i primi battaglioni italiani sarebbero giunti privi di viveri e ambulanze. Il colonnello inglese arrivò a sostenere che, con un intervento più rapido e una piena accettazione dell’aiuto straniero, si sarebbero potute salvare oltre diecimila persone in più. Sotto accusa finì soprattutto il generale Francesco Mazza, incaricato dello stato d’assedio dal governo Giolitti, descritto come più preoccupato di tenere lontano dalla città “elementi indesiderabili” che di coordinare i soccorsi.

Al caos delle prime ore si affiancò il fenomeno dello sciacallaggio, con bande di detenuti evasi dalle carceri distrutte che si aggiravano tra le macerie: i marinai russi, oltre a scavare per estrarre i sopravvissuti, dovettero più volte intervenire con le armi, autorizzati a processi sommari resi ancora più complicati dalle barriere linguistiche con la popolazione locale.

Superata l’emergenza, la macchina della solidarietà internazionale si mise in moto su una scala senza precedenti: dei 21 milioni di lire raccolti per i terremotati, quasi due terzi arrivarono dall’estero, con l’Inghilterra in testa. Restò aperta per anni la questione degli orfani, tra ipotesi controverse come quella di affidarne uno a ogni reggimento del Regio Esercito, prima che la Chiesa, con don Luigi Orione, fondasse la colonia della Divina Provvidenza in un contenzioso mai del tutto sopito con lo Stato. Ma fu soprattutto sull’alloggio dei sopravvissuti che l’emergenza del 1908 lasciò l’eredità più lunga: le baracche di legno costruite in fretta nei mesi successivi al sisma, pensate come soluzione temporanea, diedero origine a un fenomeno di baraccopoli che a Messina si è protratto per oltre un secolo, arrivando a ospitare fino a tempi recenti migliaia di famiglie in sei diverse zone della città, prima degli interventi di risanamento e ricollocazione degli ultimi anni.