I giudici l’hanno ritenuta incapace di intendere e di volere. Il crollo dopo mesi di assistenza senza aiuti: “Non riesco a perdonarmi”.
Arezzo – Ci sono tragedie che nascono nel silenzio delle case, dove l’amore di una figlia si trasforma, giorno dopo giorno, in un peso insostenibile. Giuseppina Martin, 67 anni, ex dipendente comunale di San Giovanni Valdarno, non era in grado di comprendere il significato delle proprie azioni quando, nella notte tra l’8 e il 9 marzo dello scorso anno, tolse la vita alla madre novantatreenne Mirella Del Puglia, malata di Alzheimer. Per questo la Corte d’Assise del tribunale di Arezzo l’ha assolta con formula piena dall’accusa di omicidio aggravato dal vincolo di parentela.
L’anziana fu strangolata con un foulard nell’abitazione di via Fermi, dove la figlia l’aveva accolta dopo mesi di accudimento sempre più logorante. Fu la stessa Martin, subito dopo il gesto, a chiamare le forze dell’ordine e a confessare tutto, chiedendo aiuto. Una scena drammatica, seguita da un lungo percorso processuale culminato lunedì 13 luglio nella sentenza pronunciata dalla Corte presieduta dal giudice Annamaria Loprete.
A far pendere la bilancia sono state le perizie psichiatriche, condotte anche in incidente probatorio, che hanno riconosciuto un grave disturbo da stress post-traumatico legato al carico assistenziale. Un crollo psicologico tale da azzerare, secondo i giudici, la capacità della donna di autodeterminarsi al momento del delitto. La difesa, affidata all’avvocata Alessia Ariano, ha parlato di una “vera e propria dissociazione dalla realtà”.
Persino il pubblico ministero Giorgio Martano, pur avendo chiesto una condanna a 12 anni sulla base di un vizio parziale di mente, nella sua requisitoria ha ricordato come le richieste d’aiuto della donna fossero cadute nel vuoto: nessun posto in una Rsa, nessun sostegno economico riconosciuto in qualità di caregiver.
Come ricostruito dalle indagini, la 67enne si occupava della madre notte e giorno, pur avendo famiglia e lavoro. Quando aveva dovuto ospitarla in casa propria erano arrivati i primi attacchi di stress e l’impossibilità di riposare. Appelli e domande d’aiuto rimasti senza risposta, fino al gesto estremo.
Davanti ai giudici, la donna ha reso dichiarazioni spontanee segnate dal senso di colpa: “Non so cosa mi sia successo, chiedo scusa alla mia famiglia. Spero che un giorno mia madre da lassù possa perdonarmi. Io non riesco a farlo”. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.