Ponte Morandi, il giorno del verdetto: 43 morti e 400 anni di carcere chiesti

Cinquantasette imputati, 284 udienze, 12 terabyte di carte. Domani la sentenza, otto anni dopo il crollo che spezzò Genova.

Genova – Otto anni per scrivere l’ultima riga di una tragedia che non si è mai chiusa. Domani, giovedì 16 luglio, nell’aula magna del tribunale di Genova, i giudici leggeranno la sentenza di primo grado per il crollo del ponte Morandi, il viadotto autostradale sul Polcevera che il 14 agosto 2018, alle 11:36, si sbriciolò trascinando nel vuoto 43 persone e lasciando oltre 500 sfollati. Sul banco degli imputati siedono 57 tra ex vertici, manager e tecnici di Autostrade per l’Italia, della controllata Spea e del ministero dei Trasporti. La Procura ha chiesto quasi 400 anni di carcere.

I numeri, ricostruiti da La Repubblica, di questo processo, iniziato il 7 luglio 2022, raccontano da soli la sua imponenza: 284 udienze, 12 terabyte di documentazione tra foto e filmati, 332 faldoni cartacei, 24.213 pagine trascritte, 282 testimoni ascoltati, quattro periti, 168 parti civili. A difendere gli imputati un esercito di 67 avvocati, mentre 33 sono i legali di parte civile. È il processo monstre più grande mai celebrato nelle aule di giustizia italiane.

Al centro dell’accusa c’è Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade, per il quale i pm Walter Cotugno e Marco Airoldi hanno chiesto la pena più alta: 18 anni e 6 mesi. Attorno a lui ruota il teorema della Procura: una filosofia del risparmio che avrebbe rinviato la messa in sicurezza della terza pila del ponte per garantire più dividendi agli azionisti del gruppo Benetton. “La filosofia manutentiva praticata da Aspi prevedeva che il degrado fosse lasciato avanzare”, si legge nelle carte, perpoter intervenire il più tardi possibile“. Castellucci ha sempre respinto ogni accusa: “Mi sento responsabile ma non colpevole”.

Le imputazioni, a vario titolo, sono pesantissime: omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti e falso. Dopo Castellucci, le richieste più severe riguardano Michele Donferri Mitelli (15 anni e 6 mesi), ex responsabile delle manutenzioni, e Gabriele Camomilla (14 anni). Le due società Aspi e Spea sono già uscite dal processo con un patteggiamento da quasi 30 milioni di euro.

Alla vigilia del verdetto è arrivata anche la lettera di scuse del nuovo ad di Autostrade, Arrigo Giana: “Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, quindi porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale”. Un gesto che, ammette lo stesso Giana, “non potrà mai cancellare il dolore” dei familiari.

Nel frattempo la vita è andata avanti, ma le ferite restano aperte. Il ponte è stato ricostruito su progetto donato da Renzo Piano, i cantieri in autostrada non sono ancora finiti e alla radura della memoria sotto il viadotto manca l’ultimo miglio. Castellucci è già detenuto nel carcere di Opera per la strage di Avellino del 2013. E il pubblico ministero Massimo Terrile, il magistrato di turno quel 14 agosto che volle e studiò questo processo riga per riga, è morto a maggio senza vederne la fine.