La storia di una bambina di 8 anni, scomparsa mentre giocava vicino al banco del nonno e ritrovata senza vita poche ore dopo.
Andria – È una sera d’estate come tante altre quella del 19 agosto 2000, quando Graziella Mansi gioca davanti alla bancarella di frutta secca del nonno Vittorio, a due passi da Castel del Monte, ad Andria. Ha otto anni e conosce bene quel tratto di strada, dove trascorre i pomeriggi. A un certo punto si allontana da sola verso una fontanella poco distante per riempire un contenitore d’acqua. Non farà più ritorno.

Passa una manciata di minuti prima che il nonno si accorga della sua assenza e dia l’allarme. In poco tempo la notizia si diffonde tra i vicini, la famiglia si mobilita, iniziano le ricerche casa per casa, strada per strada. Ma di Graziella non c’è traccia, come se il buio l’avesse inghiottita. Le ricerche si spostano verso la pineta che costeggia il castello e lì, a notte fonda, arriva la scoperta che nessuno avrebbe voluto fare: accanto ai resti bruciati di un’automobile, i carabinieri trovano il corpicino carbonizzato della bambina, legato e disteso su un letto di foglie a cui qualcuno ha dato fuoco. Un accendino, recuperato a un centinaio di metri di distanza, sarà il primo elemento concreto nelle mani degli inquirenti.

Le indagini portano rapidamente a un nome: Pasquale Tortora, diciotto anni, parcheggiatore abusivo nella zona, che Graziella conosce di vista per la sua presenza quotidiana intorno al banco del nonno. Messo alle strette, il giovane confessa: racconta di aver attirato la bambina nel bosco con la scusa di mostrarle un cane, per poi terrorizzarla mentre lei, in lacrime, lo implorava di riportarla dal nonno. Nella sua confessione chiama in causa altre quattro persone, tutte originarie di Andria: Michele Zagaria, all’epoca venticinquenne, Giuseppe Di Bari e Vincenzo Coratella, entrambi diciannovenni, e Domenico Margiotta, di ventuno anni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero stati loro, insieme a Tortora, ad aggredire sessualmente e a uccidere la piccola.
Un primo esame del corpo evidenzia una lesione nella zona vaginale, nonostante gli indumenti intimi risultino integri. Questo elemento lascia ipotizzare che la bambina possa aver subito una violenza sessuale oppure un tentativo di abuso.
Il processo si sviluppa su due strade parallele. Tortora, unico reo confesso, opta per il rito abbreviato: la condanna è di trent’anni di reclusione, pena che sconterà quasi per intero fino alla scarcerazione, avvenuta nel 2024 dopo ventiquattro anni di carcere. Per gli altri quattro imputati, invece, il processo attraversa tutti i gradi di giudizio fino alla sentenza definitiva, che conferma per ciascuno l’ergastolo. All’epoca dei fatti, tanto il pubblico ministero Francesco Bretone quanto il giudice per le indagini preliminari Antonio Lovecchio si erano convinti che i dettagli forniti dai complici di Tortora, pur tra alcune ritrattazioni, fossero troppo precisi per essere inventati: solo chi aveva preso parte al delitto, ritenevano, poteva conoscerli con tale esattezza.
A distanza di oltre vent’anni, però, la vicenda giudiziaria continua a portare con sé zone d’ombra mai del tutto chiarite. L’avvocato Carmine Di Paola, che ha difeso Giuseppe Di Bari e Vincenzo Coratella, ribadisce ancora oggi la convinzione dell’innocenza dei propri assistiti, estendendola anche a Domenico Margiotta e Michele Zagaria: sostiene che l’unico vero responsabile della morte di Graziella resti Pasquale Tortora.

Il legale contesta in particolare la ricostruzione dei tempi accolta dal tribunale, secondo cui i quattro si sarebbero allontanati dalla scena del delitto per essere poi ripresi, appena venti minuti dopo, dalle telecamere di una banca del centro di Andria: un tragitto che, sostiene, richiederebbe almeno il triplo del tempo, anche in assenza di traffico e pedoni. A complicare ulteriormente il quadro, secondo la difesa, c’è il fatto che una perizia psichiatrica su Tortora avrebbe impedito un vero controinterrogatorio del giovane in aula.
Di questi dubbi non restano che tracce processuali, perché uno dei quattro condannati, Vincenzo Coratella, si è tolto la vita in una cella del carcere di Lecce il 14 dicembre 2008, a ventisette anni, proclamandosi innocente fino all’ultimo, come continuano a fare Di Bari, Margiotta e Zagaria, ancora detenuti. Sul fronte opposto restano invece i genitori di Graziella, Vincenzo Mansi e Giovanna Antolino, che non hanno mai avuto dubbi sulla colpevolezza dei condannati e chiedono che scontino fino in fondo la pena comminata.

Tra queste due posizioni, così distanti e inconciliabili, resta il ricordo di una bambina di 8 anni la cui storia, a distanza di un quarto di secolo, non ha ancora trovato una parola definitiva.