Perché in Italia chi guadagna meno è più esposto all’inflazione

Il rapporto Employment Outlook 2026 collega l’assenza di un salario minimo legale alla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni più basse.

C’è un dettaglio, nell’ultimo rapporto Ocse sul lavoro, che aiuta a spiegare perché in Italia gli stipendi bassi soffrano più che altrove l’aumento dei prezzi: il nostro Paese è tra i pochi, insieme ad Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia, a non avere un salario minimo fissato per legge. E secondo l’organizzazione, questa assenza ha un costo preciso. Tra il 2020 e il 2025, nei Paesi dotati di una soglia minima legale le retribuzioni di categorie come cuochi, camerieri e personale delle pulizie sono aumentate anche in termini reali, cioè al netto dell’inflazione. Dove questa soglia manca, come in Italia, sono invece scese in quasi tutti i casi.

All’interno dello stesso gruppo di Paesi senza salario minimo legale l’Italia si distingue in negativo: i minimi salariali stabiliti attraverso la contrattazione collettiva, spiega l’Ocse, hanno progressivamente perso terreno rispetto agli altri cinque Stati considerati. L’eccezione più evidente è l’Austria, dove le retribuzioni più basse sono cresciute più che in qualunque altro Paese del gruppo, mentre nei Paesi scandinavi il sostegno ai redditi minimi passa da meccanismi specifici inseriti direttamente nei rinnovi contrattuali: in Norvegia e Svezia, ad esempio, gli ultimi accordi collettivi hanno previsto aumenti proporzionalmente maggiori proprio per chi guadagna meno.

Questo squilibrio si inserisce in un sistema più complesso che riguarda l’insieme dei salari reali italiani, cioè il loro potere d’acquisto effettivo una volta scontata la crescita dei prezzi. Il dato complessivo emerso dall’Employment Outlook 2026 è netto: rispetto al 2021 le retribuzioni italiane valgono oggi il 6,1% in meno, un risultato che pone l’Italia all’ultimo posto tra le grandi economie Ocse, davanti solo alla Nuova Zelanda, caso comunque poco comparabile. Anche altri Paesi come Australia, Cechia, Danimarca e Svezia registrano un calo superiore al 2%, ma nessuno con un’intensità paragonabile a quella italiana.

I numeri lo confermano: nel 2025 lo stipendio medio annuo in Italia si è attestato attorno ai 34.733 euro. Nel 2021 la cifra nominale era più bassa, poco sotto i 31mila euro, ma equivaleva, considerando i prezzi attuali, a circa 35.837 euro oltre mille euro in più rispetto all’odierna retribuzione media. Il paragone peggiora se si guarda a dieci anni fa, quando uno stipendio medio di poco inferiore ai 30mila euro corrispondeva, rivalutato, a più di 36mila euro attuali. I miglioramenti registrati sotto il governo Meloni tra il 2022 e il 2025 ci sono stati, ma sono risultati troppo contenuti per colmare la perdita accumulata.

A complicare ulteriormente il quadro arriva ora la previsione per il 2026: l’Ocse stima un nuovo calo dei salari reali dello 0,9%, seguito da una risalita minima, appena lo 0,2%, nel 2027. Tra le cause indicate dall’organizzazione ci sono l’aumento dei costi energetici legato alle tensioni internazionali innescate dalla guerra in Iran e una spinta inflazionistica che rischia di annullare i modesti guadagni ottenuti negli anni precedenti. Sullo sfondo restano inoltre le criticità già segnalate più volte dai sindacati, a partire dai rinnovi al ribasso dei contratti collettivi nazionali, mentre il resto dei principali indicatori del mercato del lavoro italiano racconta un quadro apparentemente in salute: l’occupazione è ai massimi storici, al 62,8%, e la disoccupazione ai minimi, al 5%, in linea con la media Ocse. Una crescita occupazionale, però, che finora non si è tradotta né in un’accelerazione del Pil né in una riduzione strutturale della povertà.