Il conduttore di Report ha commentato l’inchiesta che vede l’ex direttore dell’Avanti indagato come presunto mandante della bomba esplosa sotto casa sua.
Roma – C’è un nome che continua a tornare nelle intercettazioni ambientali legate all’attentato di Torvajanica, ed è proprio su quel nome che Sigfrido Ranucci concentra i suoi dubbi più forti. In un passaggio dell’ordinanza, l’uomo che avrebbe fatto da tramite tra Valter Lavitola e il commando esecutore si lascia sfuggire una frase che il conduttore di Report considera decisiva: i complici sarebbero stati pagati anche perché le indagini non arrivassero fino a un certo “Corrado”.
Chi sia questa persona e quale ruolo abbia avuto nella catena di comando restano, secondo Ranucci, le domande a cui la Procura dovrà ancora rispondere, insieme al chiarimento sulla posizione dell’altro indagato, un cittadino africano che avrebbe fatto da collegamento fra Lavitola e gli attentatori.
È in un’intervista al Corriere della Sera che il giornalista ha scelto di rompere il silenzio sulla clamorosa svolta dell’inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che ha portato Lavitola a essere iscritto nel registro degli indagati per il presunto ruolo di mandante nell’ordigno fatto esplodere lo scorso ottobre davanti all’abitazione del giornalista. Ranucci ha raccontato di aver saputo del coinvolgimento dell’amico proprio mentre i carabinieri eseguivano la perquisizione, con una telefonata dello stesso Lavitola, visibilmente agitato: un momento che il conduttore ha definito tra i più pesanti degli ultimi tempi.
Il legame fra i due, ha spiegato Ranucci, è nato paradossalmente dopo le inchieste della trasmissione Rai proprio su Lavitola, in una sorta di “sindrome di Stoccolma” che il giornalista descrive con ironia: da tempo frequenta ogni due settimane il ristorante di pesce dell’imprenditore a Roma. Un rapporto che, ha ammesso, aveva anche un risvolto professionale, dato che Lavitola resta una figura inserita in dinamiche importanti del centrodestra e amico stretto di Marcello Dell’Utri, personaggio che Ranucci cercava da tempo di intervistare.
L’ipotesi di Ranucci è quella di un “gesto trasversale”: l’attentato, cioè, non sarebbe stato diretto contro di lui ma servito a impedire che una notizia arrivasse a qualcun altro. “Fra di noi penso ci sia un affetto sincero […] penso che non mi avrebbe mai fatto del male”, ha dichiarato.
Ranucci ha inoltre respinto con decisione le insinuazioni secondo cui l’attentato sarebbe stato un modo per aumentare la propria visibilità mediatica, definendole assurde e ricordando di aver ricevuto, dopo i fatti, soltanto insulti dalla Commissione di vigilanza Rai. Restano invece aperti, a suo avviso, diversi interrogativi sulla logistica dell’azione: il conduttore si dice convinto che quella sera Lavitola non potesse conoscere in anticipo l’orario del suo rientro a casa, ma ha precisato che sarà necessario attendere gli sviluppi delle indagini prima di trarre conclusioni. Nel frattempo, per rispetto del lavoro delle forze dell’ordine, ha annunciato di aver interrotto i contatti con l’amico indagato.