Quasi duemila bambini sono stati sottoposti a quarantene forzate, test farmacologici e operazioni sperimentali al cuore: sei di loro non sono mai tornati a casa.
C’è una fotografia che Béatrice Aubert non ha. Non sa che faccia avesse sua madre biologica, non conosce il nome di suo padre, ignora se da qualche parte nel mondo esistano un fratello o una sorella con i suoi stessi occhi. Sa soltanto che nacque in Corea con il nome di Kim Yung Hee, che qualcuno la portò in un orfanotrofio ancora in fasce e che, a un certo punto della sua primissima infanzia, salì su un aereo diretto in Svizzera. Di ciò che avvenne dopo l’atterraggio a Ginevra, Béatrice non sa quasi nulla e questa è forse la parte più inquietante di tutta la storia.
Perché il vuoto di memoria non è accidentale. È il risultato di un sistema che per quindici anni ha operato nell’ombra, sottoponendo bambini appena arrivati dall’altro capo del mondo a procedure mediche non documentate, esperimenti farmacologici e interventi chirurgici al cuore, senza che i genitori adottivi firmassero alcun consenso, senza che nessuno chiedesse spiegazioni, senza che le cartelle cliniche sopravvivessero abbastanza a lungo da poter raccontare qualcosa. L’inchiesta pubblicata dal settimanale svizzero Beobachter ha riportato a galla una vicenda che la Svizzera aveva lasciato sedimentare per decenni sul fondo della propria coscienza collettiva.
Béatrice non è sola. Anne d’Angelo, originaria dell’India, non conosce nemmeno la sua vera data di nascita: quella riportata sui documenti, 15 dicembre 1970, fu semplicemente inventata dal padre adottivo, al quale le autorità concessero di sceglierla. Ilona Wyrsch, anche lei dalla Corea, si vide ringiovanire di due anni dopo l’arrivo perché qualcuno ritenne che fosse troppo piccola per l’età dichiarata. Tre donne, tre storie diverse, un unico filo conduttore: tutte e tre, appena arrivate in Svizzera, furono ricoverate in ospedale. Tutte e tre uscirono da quelle corsie senza sapere cosa fosse accaduto. E tutte e tre fanno parte dei quasi duemila bambini, provenienti soprattutto da Corea del Sud, India, Vietnam, Marocco e Tunisia, che tra il 1964 e il 1979 transitarono dal programma di adozioni internazionali di Terre des Hommes Losanna.
L’idea di mettere sistematicamente in quarantena i minori all’arrivo fu di Edmond Kaiser, il fondatore dell’organizzazione. Nel 1965, insieme alla sua collaboratrice Suzanne Bettens, la propose a un funzionario della polizia svizzera come prassi standard per tutti i bambini stranieri, indipendentemente dal loro stato di salute. Bettens, che per quindici anni sovrintese alle adozioni di Terre des Hommes, lo ha poi ammesso senza giri di parole: non esistevano criteri medici chiari, e molti dei bambini ricoverati erano perfettamente sani al momento dell’ingresso. Béatrice, ad esempio, stava bene quando lasciò la Corea. Arrivata all’aeroporto di Ginevra, fu trasferita immediatamente all’Hôpital de Saint-Loup. I suoi nuovi genitori la vennero a prendere sette giorni dopo. Nessuno disse loro niente.
Dagli archivi di Stato del Canton Vaud emerge che erano circa una decina gli ospedali della Svizzera romanda che collaboravano con l’organizzazione in quegli anni. Ma le cartelle cliniche di quel periodo sono quasi integralmente scomparse: alcuni istituti dichiarano di non conservarle più, altri hanno cambiato dirigenza e struttura interna e semplicemente non sanno dove siano finiti gli archivi. Il silenzio della documentazione è diventato, nel tempo, il silenzio della storia.
Le prime risposte concrete sono arrivate soltanto nel 2024, quando uno studio scientifico sulle irregolarità nelle adozioni dall’India ha portato alla luce un caso che vale come paradigma dell’intera vicenda: quello di una bambina indiana sottoposta, nell’arco di pochi giorni dal ricovero, a radiografia, tampone faringeo, prelievo di sangue e, infine, estrazione di un campione di succo gastrico. Quest’ultimo venne poi impiegato in laboratorio per condurre test farmacologici sulla resistenza agli antibiotici. Non una cura. Non una diagnosi. Una sperimentazione.
Ma la parte più oscura di questa storia ha un nome preciso: Charles Hahn. Cardiochirurgo ginevrino, Hahn era il medico a cui Kaiser mandava i bambini adottati per operarli. Nel corso degli anni eseguì migliaia di interventi al cuore su questi minori, raccogliendo dati che poi confluirono in pubblicazioni scientifiche dalle quali, però, erano sistematicamente assenti informazioni sull’età e sull’origine dei pazienti. Tra luglio e settembre del 1979, sei bambini morirono in sala operatoria. Gli interventi andarono avanti ugualmente.
Oggi Terre des Hommes Losanna ha riconosciuto la necessità di fare chiarezza su quanto accaduto, ma non ha fornito risposte concrete sulle accuse relative ai test medici né sugli interventi chirurgici. Nel frattempo, il contesto istituzionale attorno a questa vicenda è mutato: il 29 gennaio 2025 il Consiglio federale ha preso la decisione di principio di porre fine alle adozioni internazionali, sulla base delle conclusioni di un gruppo di esperti indipendenti che ha ritenuto impossibile eliminare del tutto il rischio di abusi anche attraverso una profonda revisione del sistema. Il Ministro della Giustizia Beat Jans ha definito “scioccanti” le dimensioni degli abusi commessi in passato, assicurando che simili irregolarità non dovranno mai più ripetersi. Il progetto di legge che formalizzerà il divieto è atteso entro la fine del 2026.
Per Béatrice Aubert, tuttavia, nessuna legge futura potrà colmare il vuoto del passato.