Il caso al carcere della Dogaia di Prato: un 61enne pachistano condannato a 12 anni per stupro in concorso con la moglie uscirà quasi 7 mesi prima.
Prato – Condannato in via definitiva a dodici anni di carcere per aver violentato un bambino, eppure tra pochi mesi uscirà di galera con quasi sette mesi di anticipo. Non per buona condotta, non per un provvedimento di clemenza, ma perché la cella in cui lo Stato lo ha rinchiuso era troppo piccola. Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze gli ha concesso uno sconto di pena di 199 giorni e, per buona misura, un risarcimento di 288 euro: il prezzo che l’Italia paga quando non riesce nemmeno a garantire le condizioni minime di detenzione a chi ha commesso uno dei crimini più odiosi.
L’uomo, un cittadino pachistano di 61 anni, è recluso dal 2017 nel carcere della Dogaia di Prato per scontare la condanna – confermata in via definitiva – a 12 anni per violenza sessuale su un minore, commessa in concorso con la moglie. Un reato gravissimo che, sulla carta, avrebbe dovuto tenerlo in prigione fino al dicembre del 2027. Ora, grazie alla decisione del tribunale fiorentino, ne uscirà con largo anticipo.
Il motivo è tutto in un numero: tre metri quadrati. È lo spazio vitale minimo che la legge impone per ogni detenuto. Ma nella casa circondariale di Prato quel limite è rimasto sulla carta. Il tribunale ha accertato che per 2.026 giorni – oltre cinque anni e mezzo – il sessantunenne ha condiviso una cella pensata per due persone con altri due detenuti, vivendo in condizioni giudicate “degradanti” e “disumane”. Lo sconto è stato calcolato con un meccanismo previsto dalla legge: un giorno di pena in meno per ogni dieci trascorsi sotto la soglia dei tre metri quadrati. Risultato: 199 giorni cancellati con un tratto di penna.
Il suo avvocato, Andrea Palazzeschi, aveva più volte segnalato anche altre criticità: l’assenza di acqua calda, la mancanza di riscaldamento in inverno, il caldo insopportabile in estate, lo scarso accesso ad attività ricreative. Ma il giudice ha riconosciuto lo sconto soltanto per la ristrettezza della cella, disponendo inoltre un risarcimento di 288 euro per ulteriori sedici giorni di detenzione giudicata inadeguata.
“Ancora non è stato scarcerato perché la pena finisce nel dicembre del 2027 – ha spiegato il legale – ma gli restano solo pochi mesi. Si parla sempre di Sollicciano, ma il carcere di Prato non è messo meglio”.
Il riferimento non è casuale. Pochi giorni fa il gip di Firenze ha disposto il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano, la più grande struttura penitenziaria della Toscana, per gravi carenze strutturali e igienico-sanitarie. L’Unione delle Camere Penali ha parlato senza mezzi termini di “fallimento dello Stato nel garantire una detenzione umana e dignitosa”. E mentre il ministro della Giustizia Nordio promette lo svuotamento dell’istituto fiorentino entro fine anno, parte dei detenuti di Sollicciano viene già trasferita proprio alla Dogaia – dove il sovraffollamento è già oltre il limite.
La Camera Penale di Prato, del resto, aveva scoperto la scorsa estate che le misurazioni ufficiali delle celle fornite dalla direzione del penitenziario non erano attendibili: numerose celle avrebbero dovuto ospitare due detenuti, non tre. Anche a seguito di quelle indagini il Tribunale di Sorveglianza aveva già riconosciuto rimedi risarcitori per detenzione in condizioni degradanti.
Il caso del sessantunenne pachistano non è dunque un’eccezione, ma il sintomo di un sistema penitenziario al collasso. Un sistema in cui chi ha commesso un crimine orrendo finisce per ottenere un vantaggio proprio dall’incapacità dello Stato di far funzionare le proprie strutture. Lo sconto di pena e il risarcimento non premiano il detenuto: certificano il fallimento di un Paese che non riesce a punire e, al tempo stesso, a rispettare le proprie leggi.