Il Pontefice incontra le famiglie colpite dall’inquinamento della terra dei fuochi e lancia un messaggio forte contro il silenzio.
Napoli – Ad Acerra non è stata una visita qualunque. Quattro ore appena, il tempo di un soffio, ma abbastanza per lasciare il segno. Per la prima volta un Pontefice ha camminato tra le strade di una delle ferite più dolorose della Campania, quella terra che per anni ha ingoiato rifiuti tossici e silenzi, pagando un prezzo salatissimo. E Papa Leone XIV non ci è andato con i piedi di piombo.
La gente lo aspettava da ore dietro le transenne. Famiglie intere, anziani affacciati ai balconi, ragazzi con le bandiere bianco-gialle strette in mano. Qualcuno stringeva una foto. Altri portavano addosso i segni della malattia, senza bisogno di spiegare niente. Ad Acerra certe storie si leggono negli occhi prima ancora che nelle parole. C’è chi ha perso un padre, una sorella, un figlio. E chi continua a fare avanti e indietro dagli ospedali come fosse diventata routine.
Dentro la Cattedrale il Papa ha parlato senza girarci troppo intorno. Ha detto di essere venuto a raccogliere le lacrime di chi ha visto morire i propri cari per colpa dell’inquinamento provocato da persone e organizzazioni senza scrupoli, lasciate agire per anni come se nulla fosse. Poi però ha voluto anche accendere una luce, ringraziando chi non si è arreso: le associazioni, i volontari, quella parte di Chiesa che ha continuato a denunciare tutto quando molti preferivano voltarsi dall’altra parte.
Il messaggio è arrivato forte e chiaro. Secondo Leone XIV, qui il grido della terra e quello dei più deboli sono stati soffocati da interessi oscuri e dall’indifferenza verso il bene comune. Parole pesanti come macigni. E ancora: bisogna smontare pezzo dopo pezzo quella cultura fatta di privilegi, arroganza e assenza di responsabilità che ha fatto danni enormi non solo in Campania ma in tante altre zone d’Italia.
Eppure il Papa non ha voluto lasciare Acerra con addosso soltanto rabbia e amarezza. Ha insistito su un punto: guai a cedere alla rassegnazione. Sarebbe troppo facile alzare bandiera bianca. L’invito è stato quello di continuare a lottare per consegnare ai figli un posto migliore di quello trovato.
Alla fine della visita è intervenuto anche il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha raccolto l’assist del Pontefice ricordando come il governo abbia deciso di affrontare la questione con strumenti nuovi e un gruppo di lavoro dedicato. Ha parlato di una terra splendida ma martoriata da decenni di incuria e interventi criminali. Una ferita aperta che, parole sue, non può più essere nascosta sotto il tappeto.
La città, intanto, si è stretta attorno al Papa come si fa con uno di famiglia. Balconi pieni di drappi, palloncini, lenzuola bianche tirate fuori dai cassetti “buoni”, quelli delle grandi occasioni. Scene che sanno di Sud, di devozione e orgoglio. E in mezzo a tutto questo, una commozione palpabile. Quasi impossibile da trattenere.
A un certo punto si è fermato persino monsignor Antonio Di Donna. Stava leggendo i nomi delle ultime giovani vittime dell’inquinamento quando la voce gli si è spezzata. Troppo dolore tutto insieme. Ha ripetuto più volte “mai più terra dei fuochi”, chiedendo che questa zona venga ricordata non soltanto per le sue cicatrici ma anche per la testardaggine della sua gente, per la capacità di rialzarsi ogni volta, di lavorare, accogliere e restare nonostante tutto.
E forse è proprio questo che si è respirato ad Acerra: la sensazione che, almeno per un giorno, qualcuno abbia riacceso i riflettori su una tragedia che troppo spesso finisce nel dimenticatoio.