Il piccolo, oggi quasi 13enne, ha vissuto anni di abusi e percosse. A salvarlo è stata una sua professoressa.
Treviso – Dietro la facciata di una normale famiglia rurale del Montebellunese si nascondeva un incubo di violenze sistematiche e sfruttamento. Un bambino, oggi quasi 13enne, è stato per anni costretto a lavorare come uno schiavo domestico nella stalla di casa, subendo brutali punizioni fisiche al minimo accenno di stanchezza. L’orrore è approdato giovedì in un’aula del Tribunale di Treviso, dove i genitori – una coppia di cinquantenni italiani – devono rispondere della pesante accusa di maltrattamenti in famiglia in concorso.
L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Davide Romanelli e condotta dai carabinieri di Montebelluna, è scattata a fine marzo del 2025 grazie alla prontezza del personale scolastico. Come riporta Il Corriere del Veneto, in occasione della Festa del papà un’insegnante di sostegno ha domandato al bimbo, allora in prima media, se avesse preparato un pensiero per il genitore. La domanda ha scatenato un pianto irrefrenabile nel piccolo, che ha confessato di subire percosse continue da un padre “cattivo”.
Informata la preside, è scattato immediatamente l’iter di tutela con un’audizione protetta del minore tra le mura dell’istituto. Il racconto del bambino ha svelato un’esistenza scandita dai ritmi del lavoro nei campi piuttosto che da quelli dell’infanzia. Veniva svegliato all’alba per accudire il bestiame e pulire l’ovile prima di andare a scuola, un copione che si ripeteva identico nel pomeriggio, privandolo del tempo per lo studio e per il gioco.
Per ogni minima mancanza, il padre lo colpiva con violenza inaudita, utilizzando anche una cintura come frusta. Alle violenze partecipavano talvolta anche i fratelli maggiori, mentre la madre è rimasta spettatrice inerte e silenziosa delle sevizie.
Inizialmente accolto con scetticismo poiché la famiglia era stimata in paese, il racconto ha trovato riscontro oggettivo grazie a telecamere e cimici installate segretamente dai militari nell’abitazione, che hanno filmato i pianti disperati del minore e le brutali aggressioni del padre.
Il calvario è terminato ai primi di maggio del 2025 con l’arresto dell’uomo e il contestuale allontanamento del ragazzino. Nell’ultimo anno trascorso in una struttura protetta, il piccola ha iniziato un faticoso percorso di recupero, tornando a sorridere e riallacciando i contatti con i compagni e con la docente che lo ha salvato.
Il processo è stato rinviato al prossimo 15 ottobre, data in cui il collegio giudicante potrebbe emettere la sentenza definitiva dopo aver esaminato il voluminoso materiale audio e video raccolto dagli inquirenti.