La Commissione Ecomafie riapre l’inchiesta sui relitti calabresi e sulla morte dell’ufficiale Natale De Grazia: trent’anni di ombre tra traffici tossici, depistaggi e silenzi di Stato.
Ci sono storie che lo Stato non riesce a chiudere. E non perché manchino i fascicoli, ma perché mancano le risposte. Quella delle navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi affondate nel Mediterraneo è una di queste. Adesso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Ecomafie ha deciso di riaprire il dossier, rimettendo al centro due nodi mai sciolti: i presunti affondamenti al largo delle coste calabresi e la morte, ancora avvolta nel mistero, del capitano di fregata Natale De Grazia.
La Calabria conosce bene questa storia. Da decenni il suo litorale tirrenico è citato nelle inchieste sui traffici illeciti di rifiuti via mare. Il caso che più di ogni altro ha alimentato sospetti è quello della Jolly Rosso, incagliatasi sulla spiaggia di Amantea nel dicembre del 1990. Le indagini andarono avanti per anni, eppure non bastarono: nessuna prova definitiva, procedimenti chiusi, verità seppellita insieme ai dubbi.

Poi c’è il relitto di Cetraro. Per un certo periodo si credette di aver trovato la Cunsky, il natante che un collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta aveva indicato come affondato con un carico pericoloso a bordo. Bastarono le analisi tecniche a smontare la pista: quella carcassa giaceva in fondo al mare dal 1917. Un vicolo cieco, come tanti altri.
Natale De Grazia non era un nome qualunque in queste indagini. Ufficiale della Marina militare, stava affiancando i magistrati della Procura di Reggio Calabria nel tentativo di ricostruire le rotte dei traffici di rifiuti pericolosi nel Mediterraneo. Aveva visto abbastanza da capire la portata del sistema criminale che si stava delineando.
Nel dicembre del 1995 si mise in macchina con due carabinieri, diretto a La Spezia per deporre nell’ambito di una delle inchieste in corso. Non arrivò mai a destinazione. Morì in provincia di Salerno, lungo il tragitto. La versione ufficiale parlò di cause naturali. Ma le circostanze non convinsero allora e non convincono oggi. A trent’anni di distanza, quella morte resta senza una spiegazione che regga davvero.
Il senatore Nicola Irto, dem calabrese e componente della Commissione, non usa mezzi termini: “La vicenda riguarda la tutela del Mediterraneo, il contrasto alle ecomafie e la credibilità delle istituzioni.” Per Irto il nodo centrale non è solo ambientale: “Permangono interrogativi pesanti sui traffici internazionali di rifiuti tossici e sulle circostanze in cui è morto De Grazia, un servitore dello Stato che aveva compreso la gravità di ciò che stava emergendo.”
L’iniziativa non arriva dal nulla. Già a dicembre, durante una serata organizzata da Legambiente a Reggio Calabria per ricordare i trent’anni dalla scomparsa dell’ufficiale, Irto aveva pubblicamente sollecitato nuovi accertamenti. Oggi la Commissione sembra aver raccolto quell’appello. “Adesso serve un lavoro rigoroso e senza opacità,” insiste il senatore, “per accertare responsabilità, complicità e collegamenti internazionali. La verità non è un optional”.
Chi da anni tiene vivo questo fronte è Legambiente. L’associazione aveva già presentato lo scorso 18 marzo, al Parlamento europeo di Bruxelles, un pacchetto di sei proposte operative rivolte alle istituzioni comunitarie: dall’esplorazione sistematica dei fondali con tecnologie di ultima generazione al coinvolgimento diretto di Europol e Interpol per ricostruire le filiere internazionali del traffico di scorie radioattive.
Il presidente Stefano Ciafani è diretto: “Non si tratta soltanto di onorare la memoria di un servitore dello Stato. Siamo di fronte a un rischio concreto per l’ambiente e per la legalità che non appartiene al passato, ma al presente”. Enrico Fontana va nella stessa direzione: “Chiediamo che la Commissione proceda senza sconti, con l’obiettivo di trasformare questo filone d’inchiesta in una verità storica e giudiziaria definitiva. Legambiente non si tirerà indietro”.
Il messaggio, in sintesi, è uno solo: questa volta non ci si può accontentare di un altro cassetto chiuso.