La deroga inserita nel decreto Commissari anticipa l’autorizzazione all’esercizio e posticipa le verifiche sanitarie: critiche dall’opposizione per il rischio trasferito sui pazienti.
Tra le norme sul Ponte sullo Stretto, il traforo del Gran Sasso e la Linea C della metropolitana di Roma, il governo ha trovato spazio per qualcos’altro. Nel cosiddetto decreto Commissari, appena convertito in legge, si nasconde una disposizione che nessuno ha illustrato in conferenza stampa, che nessun ministro ha rivendicato con nome e cognome: una norma che ribalta un principio elementare della tutela sanitaria. Prima apri, poi, forse, qualcuno controlla.
Si chiama articolo 6-bis. È stato inserito durante i lavori parlamentari al Senato, nel cuore di un provvedimento omnibus che scorreva veloce tra infrastrutture, concessioni e grandi opere. Stabilisce che per le strutture finanziate dal PNRR l’autorizzazione all’esercizio scatti nel momento stesso in cui viene presentata la domanda. Le autorità sanitarie avranno fino a dodici mesi per andare a verificare se i requisiti minimi di sicurezza siano stati rispettati. Nel frattempo, la struttura opera. I pazienti entrano. I bisturi tagliano.
La ragione politica è facilmente rintracciabile: il governo ha accumulato un ritardo significativo nella realizzazione degli investimenti sanitari previsti dal PNRR, e la scadenza europea di giugno 2026 non ammette deroghe. Se le strutture non risultano operative, i miliardi rischiano di tornare a Bruxelles. L’articolo 6-bis è, nella sostanza, un modo per far quadrare i numeri sulla carta scaricando il rischio concreto su chi quelle strutture le utilizzerà da paziente.
Non è nemmeno la prima volta che si tenta questa strada. Un tentativo identico era stato inserito in un precedente decreto PNRR, poi ritirato sotto la pressione dell’opposizione. Questa volta la norma è sopravvissuta, mimetizzata tra ponti e metropolitane. Marianna Ricciardi, capogruppo M5S in Commissione Affari sociali alla Camera, ha alzato la voce definendo la scelta irresponsabile, con un paragone difficile da smontare: nessuno accetterebbe di percorrere un ponte il cui collaudo è previsto per l’anno prossimo. Eppure quello stesso principio viene ora applicato alle sale operatorie. Ricciardi ha presentato un ordine del giorno per chiedere la modifica immediata della norma. La maggioranza ha votato contro.
Conviene ricordare, concretamente, cosa s’intenda quando si parla di requisiti minimi per una sala operatoria: impianti di ventilazione a contaminazione controllata, percorsi separati tra aree pulite e aree sporche, sistemi di alimentazione elettrica di emergenza attivi entro frazioni di secondo, monitoraggio costante dei gas anestetici nell’aria, superfici trattabili e disinfettabili, certificazioni antincendio. Non sono scartoffie da timbrare. Sono le condizioni che fanno sì che un intervento chirurgico non diventi un evento ad alto rischio.
Il lessico ufficiale del governo parla di semplificazione. Ma esiste una differenza sostanziale tra alleggerire un iter burocratico ridondante e sospendere i controlli preventivi su ambienti ad altissima esposizione clinica. La prima operazione elimina il superfluo; la seconda trasferisce il rischio dallo Stato al paziente, che entra in sala operatoria ignaro di tutto. E poiché nessuno ha ritenuto opportuno comunicarlo, quel paziente non ha nemmeno la possibilità di fare una scelta informata.