Almeno due nomi nel mirino dei magistrati, tre episodi irrisolti e la certezza di complici ancora liberi: dopo trent’anni, le indagini entrano nella fase più delicata.
Bologna – Trent’anni di silenzi potrebbero non bastare. L’inchiesta sulla Uno Bianca, la banda di agenti di polizia che tra il 1987 e il 1994 colpì oltre 103 volte, lasciando sul campo 24 morti e più di 100 feriti, ha oggi un volto nuovo e più definito. Sul tavolo dei magistrati bolognesi ci sono almeno due nomi, accompagnati dai primi riscontri concreti raccolti dopo l’ascolto di diversi testimoni. Per la prima volta, l’indagine smette di essere un esercizio teorico.
Il procuratore Paolo Guido aveva già aperto uno spiraglio nei giorni scorsi, dichiarando senza mezzi termini che “ci sono ancora assassini a piede libero su cui la magistratura ha il dovere di lavorare intensamente”. Le indagini si articolano in due fascicoli distinti, il più rilevante risale a gennaio 2024, e restano formalmente contro ignoti. Una scelta deliberata: come ha chiarito l’avvocato Alessandro Gamberini, “su indagini del genere non si può che procedere per elementi certi” e iscrivere un nome nel registro degli indagati senza prove solide rischierebbe di compromettere l’intero impianto accusatorio. Prima di formalizzare qualsiasi posizione, la procura vuole un fascicolo blindato, capace di reggere un processo fino alla condanna.
A breve i Ris consegneranno le analisi sui campioni di DNA, sulle armi sequestrate e sul materiale fotografico d’epoca, rielaborato attraverso tecniche forensi moderne. Tre episodi in particolare sono finiti al centro dell’attenzione degli inquirenti, perché in ciascuno di essi la presenza di figure esterne alla banda risulta, nelle parole dello stesso Guido, “un fatto oggettivo”.
Il primo risale al 20 aprile 1988, quando a Castel Maggiore vennero uccisi i carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi. Per quell’agguato furono condannati soltanto Roberto e Fabio Savi, ma le perizie balistiche e le deposizioni dei testimoni convergono su un punto: i killer che spararono erano almeno tre. Il secondo episodio è la strage del Pilastro, avvenuta il 4 gennaio 1991, in cui persero la vita i carabinieri Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini.
Quel giorno i tre fratelli Savi, Roberto, Fabio e Alberto, diedero fuoco all’auto e sparirono, ma alcuni testimoni raccontano di averli visti salire su un secondo veicolo condotto da “un signore distinto”: un quarto uomo, rimasto finora senza nome. Il terzo episodio risale al 2 maggio 1991, quando all’armeria di via Volturno, sotto la copertura di una finta rapina, vennero assassinati la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore Pietro Capolungo, ex carabiniere e padre di Alberto, oggi presidente dell’associazione delle vittime. Anche in questo caso diversi testimoni riferiscono della presenza di un “palo” fuori dal negozio.

Complici, dunque. Ma forse non solo. Sullo sfondo dell’inchiesta si staglia un interrogativo più pesante: quello delle possibili coperture interne agli apparati dello Stato, una pista che gli investigatori non hanno mai abbandonato. È su questo intreccio, tra esecutori rimasti nell’ombra e protezioni ancora tutte da dimostrar, che si concentra oggi il lavoro della Procura. Con la consapevolezza che certe verità, per durare, devono essere costruite su fondamenta che nessun tribunale possa scalfire.