Dall’Hantavirus ai talk show: la “sindrome da astinenza pandemica” dei virologi televisivi e dei media in cerca di allarmi.
Esiste in Italia una sindrome che non compare in nessun manuale di medicina, ma che i virologi (molti, non tutti) conoscono benissimo perché ne sono insieme vittime e untori. Si potrebbe chiamare sindrome da astinenza pandemica: si manifesta ogni volta che un nuovo nome latino compare nelle agenzie di stampa, produce un’impennata di ospitate televisive e trova il suo stadio acuto nel momento in cui qualcuno, con voce grave, pronuncia la parola “precauzione”.
L’Hantavirus è stato il paziente zero di questo nuovo episodio. Un virus che circola da decenni, che si trasmette principalmente attraverso gli escrementi dei roditori, che per contagiare davvero ha bisogno di contatto prolungato in spazi chiusi, e che il ministero della Salute italiano ha liquidato in poche righe chiare: nessun allarme, nessun paragone possibile con il Covid, i quattro cittadini italiani in quarantena preventiva stavano bene e ne erano distanti. Fine della storia medica.
Ma la storia mediatica è un’altra cosa, e ha una sua logica indipendente dai dati epidemiologici. Segue invece la logica del format: prima i toni misurati, «è giusto non sottovalutare», poi le mascherine evocate quasi per abitudine, poi gli studi affollati di volti familiari che il pubblico associa ormai non alla scienza ma a una certa stagione emotiva collettiva, quella dei DPCM e dei bollettini serali. Una stagione a cui qualcuno sembra voler tornare con una nostalgia che non osa dire il proprio nome.
Il colpo di teatro lo hanno servito alcune testate che hanno ripescato la parola lockdown per raccontare la quarantena di dodici dipendenti di un ospedale olandese. Perché nel frattempo il Pd tornava a evocare l’accordo pandemico dell’Oms, da cui il governo italiano si era sfilato, come se quel documento fosse la risposta a tutto. Peccato che l’errore procedurale lo abbia commesso proprio l’Olanda, Paese membro dell’Oms a pieno titolo. E che negli Stati Uniti di Trump, uscito dall’organizzazione tra gli strali di mezzo mondo, non si registrasse nulla di paragonabile.
Il virus, insomma, ha fatto poco. Il racconto del virus ha fatto molto di più. Ed è questo, forse, il contagio più difficile da contenere: non quello che passa tra le persone, ma quello che passa tra le redazioni.