Era il luglio del 1970 quando la governante trovò il corpo senza vita del conte Filippo Giordano delle Lanze nel salone della celebre dimora sul Canal Grande. Un marinaio croato condannato in contumacia, domande senza risposta e un edificio che sembra portare la sfortuna a chiunque vi metta piede.
Venezia – Luglio 1970. L’estate è ancora quella di prima, spensierata, pigra, con le calli che odorano di salsedine e di fritto. Il Canal Grande riflette palazzi che sembrano galleggiare, i turisti rallentano il passo davanti alle vetrine, i veneziani cercano di sopravvivere alla calura in modo dignitoso. In questo contesto di ordinaria bellezza si consuma uno dei casi criminali più oscuri e irrisolti della storia italiana, in un edificio che avrebbe accumulato tante disgrazie da guadagnarsi la fama di luogo maledetto.
Ca’ Dario è un palazzo quattrocentesco che si specchia nel Canal Grande con una facciata asimmetrica e marmi policromi che non somigliano a nessun’altra cosa in laguna. Dal 1968 è la dimora del conte Filippo Giordano delle Lanze, quarantasei anni, piemontese di nascita ma veneziano d’adozione, che lo ha acquistato all’asta pagandolo 800 milioni di lire. È un uomo raffinato, esperto d’arte e d’antiquariato, generoso, circondato da oggetti preziosi e da amicizie che attraversano mondi molto diversi tra loro. Le donne lo apprezzano come amico. Gli uomini, certi uomini, lo apprezzano in modo diverso.

La domenica del 16 luglio il conte trascorre la giornata al Lido in compagnia. Conversazioni, carte, il pomeriggio che scivola via. Rientra a casa nel tardo pomeriggio. Verso le otto telefona a una sua amica per una chiacchierata: lei lo descriverà in seguito come tranquillo, rilassato, nessuna voce estranea che si senta in sottofondo. È anche la sera libera della governante, che però ha preparato la cena e sistemato la casa prima di andarsene. Uscendo, nota che il conte sta conversando con un giovane seduto di fronte a lui.
La mattina dopo la donna torna al lavoro. Trova tutto come lo ha lasciato lei: la tavola ancora apparecchiata, il cibo intatto, le bottiglie chiuse. Qualcosa non quadra. Gira per i locali e trova il corpo del conte disteso in un punto del salone, colpito ripetutamente alla testa con quello che si rivelerà essere un pesante soprammobile d’argento appartenente alla collezione di casa. Accanto al corpo c’è un dipinto di Pietro Longhi, “Caccia in Laguna”, opera settecentesca di un certo valore, e una mano della vittima sembra quasi appoggiarsi al quadro. Due giorni dopo, durante un sopralluogo, gli investigatori trovano il passaporto del conte infilato tra i cuscini di un divano. Lo teneva in camera da letto, in una cartella che qualcuno ha evidentemente aperto.
Il nome che viene fuori quasi subito è quello di Raoul Blasich. Ha ventidue anni, è croato, a volte usa il cognome materno Brenner, altre volte si fa chiamare Claudio. È un tipo che colpisce: bello, sportivo, praticante di arti marziali, frequentatore dell’ambiente artistico veneziano al punto da essere riuscito a fare la comparsa nel film “Anonimo veneziano”. Vive in Laguna con una sorellastra che gestisce una boutique, si muove in un mondo sospeso tra il bohémien e il precario. Ed è fidanzato con un’americana, Nancy, con cui deve partire proprio quella sera per Londra e poi per gli Stati Uniti, dove si devono sposare.
Nel pomeriggio del giorno del delitto Raoul aveva cercato di contattare il conte in due occasioni, senza riuscire a parlargli. La governante lo riconosce come il giovane ospite che stava in salotto quella sera, anche se lo aveva visto soltanto di spalle. Quando raggiunge la fidanzata a piazzale Roma, è in ritardo e ha cambiato giacca: indossa un giubbotto che non aveva al mattino. La coppia raggiunge l’aeroporto di corsa e sale sull’aereo per un soffio. Sul taxi che li aveva portati a Tessera, in seguito, viene rinvenuta una macchia di sangue di origine non accertata. I sedili del volo vengono esaminati. Si muovono Scotland Yard, l’Interpol, le polizie di mezza Europa. Ma Raoul Blasich è già sparito nella nebbia.
Il processo si celebra senza di lui. Prima assolto, poi condannato a diciotto anni in secondo grado, sentenza confermata dalla Cassazione. Una condanna che rimane sulla carta perché il marinaio croato non viene mai trovato, nemmeno dopo decenni di ricerche internazionali.
Le ipotesi sul perché e sul come si biforcano senza mai convergere. La più accreditata dai giudici sostiene che Raoul volesse il passaporto del conte per raggiungere gli Stati Uniti senza visto. Ma il documento porta la fotografia di un uomo di quarantasei anni e Blasich ne ha ventidue. Falsificarlo in pochi minuti è fuori discussione. E poi viene lasciato lì, tra i cuscini: a cosa serviva prenderlo? L’altra ipotesi è quella di un regolamento di conti tra ex amanti, con una richiesta di denaro o qualche pretesa andata storta. Anche questa resta nel campo delle supposizioni.
Ci sono poi i dettagli che non tornano logisticamente. Raoul è giovane e allenato: se avesse voluto eliminare qualcuno, avrebbe potuto farlo senza trasformare il salone in una scena da macello. Colpire ripetutamente qualcuno alla testa con un oggetto pesante è un atto che implica tempo, rischio di imbrattarsi e una frenesia che stride con il profilo di chi pratica arti marziali. Come avrebbe poi fatto, coperto di sangue, a cambiarsi, tornare dalla sorellastra, raggiungere Piazzale Roma e prendere l’aereo, il tutto in un giorno in cui i mezzi pubblici erano in sciopero.
C’è anche un elemento che ha sempre aleggiato ai margini dell’indagine senza mai essere esaminato fino in fondo: una ragazza riferisce di aver visto quella sera due giovani uscire di fretta da Ca’ Dario.
Ventisette anni dopo, i carabinieri di Firenze che indagano sull’omicidio del conte Alvise Nicolis di Robilant, trovato seminudo nel salotto del suo appartamento, ucciso a colpi ripetuti alla testa, anche lui esperto d’arte e d’antiquariato, riesumano il fascicolo veneziano. Le somiglianze sono abbastanza precise da non poter essere ignorate: stesso ambiente, stessa categoria di vittime, stessa modalità brutale, stessa scena quasi teatrale attorno al corpo. Due nobili uccisi nello stesso modo, in città diverse, a quasi tre decenni di distanza. Le indagini sui due casi si intrecciano senza mai arrivare a una risposta definitiva.
Nel frattempo Ca’ Dario porta avanti la sua reputazione di edificio ostile ai propri abitanti. Kit Lambert, manager dei The Who, ci sviluppa una dipendenza grave e ci perde carriera e patrimonio. Fabrizio Ferrari, che lo acquista in seguito, perde la sorella in un incidente senza testimoni e finisce in manette. Raul Gardini, che lo comprerà anni dopo, muore suicida in piena Tangentopoli.
Il corpo del conte Filippo Giordano delle Lanze è sotto terra da più di cinquant’anni. Raoul Blasich, se fosse ancora vivo, oggi avrebbe 76 anni. La verità su quella sera di luglio del 1970 potrebbe non emergere mai. Ca’ Dario continua a specchiarsi nel Canal Grande, bello e misterioso come sempre.