La Piana che inghiotte i lavoratori: la storia taciuta di Paul Neeraj

Abbandonato di notte davanti al pronto soccorso, il 36enne indiano è morto dopo due settimane di agonia: una vita consumata dal lavoro e rimasta invisibile fino all’ultimo.

Salerno – Qualcuno lo ha caricato su un’auto e lo ha abbandonato davanti all’ingresso del pronto soccorso. Poi è ripartito. Paul Neeraj, 36 anni, originario dell’India, era incosciente. Le gambe erano già nere, la cancrena aveva lavorato per giorni senza che nessuno intervenisse. Era solo, non parlava la nostra lingua, non aveva con sé documenti che spiegassero chi era o che cosa gli fosse capitato. Era la notte tra il 10 e l’11 aprile. Il 24 del mese Paul è morto.

In mezzo ci sono due settimane in cui i medici dell’ospedale Ruggi di Salerno hanno tentato tutto quello che la medicina poteva tentare. Camera iperbarica, trasfusioni, antibiotici, nel disperato tentativo di tenere in piedi un organismo che cedeva pezzo dopo pezzo. Il fegato, poi altri organi. L’infezione aveva già attraversato ogni confine. Il corpo è ora in obitorio, sotto sequestro, in attesa che gli esami tossicologici stabiliscano a che cosa Paul sia stato esposto e per quanto tempo.

I medici che lo hanno avuto in cura descrivono un quadro compatibile con l’esposizione prolungata a sostanze chimiche aggressive, entrate in contatto diretto con la pelle senza alcuna protezione. Non una singola ustione accidentale ma il risultato di settimane o mesi di contatto continuativo con qualcosa di corrosivo. Le lesioni agli arti inferiori sono profonde, arrivano fino al muscolo. Anche i polmoni mostrano segni di inalazione.

Nei rari momenti di lucidità Paul non ha parlato. Non ha detto dove lavorava, non ha fatto nomi, non ha indicato il posto in cui si era ridotto in quello stato. Un silenzio che chi conosce questi ambienti interpreta senza fatica. Parlare avrebbe potuto significare la perdita del permesso di soggiorno, il debito contratto per arrivare in Italia mai saldato. Se non peggio.

La Piana del Sele a fortissima vocazione agricola per grandi produzioni

La Piana del Sele è uno dei territori più produttivi d’Italia. Distesa nell’entroterra salernitano, alimenta filiere agroalimentari che finiscono sulle tavole di tutta Europa: insalate in busta, mozzarella di bufala, prodotti ortofrutticoli. Un’economia fiorente che regge anche grazie a una manodopera invisibile, decine di migliaia di lavoratori stranieri che vivono e lavorano ai margini di ogni tutela.

Chi conosce il territorio dall’interno racconta di paghe ben al di sotto dei contratti, di turni che non finiscono mai, di misure di sicurezza che esistono solo sulla carta. Negli allevamenti bufalini, dove la presenza indiana è particolarmente concentrata, si lavora a contatto con animali, fanghi, sostanze chimiche usate per la cura delle bestie e la pulizia degli impianti. Chi dovrebbe fornire protezioni adeguate spesso non lo fa. Chi dovrebbe formare i lavoratori sui rischi del mestiere è latitante e chi dovrebbe controllare spesso non controlla.

Almeno sei lavoratori sono morti nella zona negli ultimi diciotto mesi. Paul solo l’ultimo, il più visibile perché il suo corpo è arrivato in un ospedale e non è stato nascosto.

Il caso ha raggiunto le istituzioni. Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo parla di un episodio che fotografa lo sfruttamento sistematico delle fasce più vulnerabili. Il nuovo procuratore capo di Salerno, Raffaele Cantone, già alla guida dell’Autorità nazionale anticorruzione, cita Paul nel suo discorso di insediamento e mette il caporalato tra le priorità del suo mandato.

Raffale Cantone

Il deputato Franco Mari di Alleanza Verdi Sinistra chiede un’ispezione formale sulla Piana del Sele, ricordando che i morti non sono finiti sulle prime pagine perché il territorio è abituato a tenerli nascosti.

Sul campo invece il silenzio regna. Pochi parlano, ancora meno lo fanno con nome e cognome. Un sindacalista locale spiega, chiedendo l’anonimato, che la realtà degli allevamenti e delle serre è quella di persone trattate come ingranaggi intercambiabili, senza diritti né voce. La segretaria della Flai Cgil Silvia Guaraldi definisce quello che è capitato a Paul non un tragico incidente ma il prodotto di un sistema che sceglie deliberatamente di rendere invisibili le persone che sfrutta.

Gli esami tossicologici diranno da che cosa è stato ucciso Paul Neeraj. Non diranno da chi, ovviamente. E nulla cambieranno per chi ogni mattina si alza prima dell’alba e va a lavorare nella Piana, nell’unico modo che conosce: senza fare domande e senza aspettarsi alcuna risposta.