Bruciata viva a 14 anni per aver detto no alla prostituzione. I responsabili sono stati assolti e non potranno più essere processati.
Fasano – Palmina Martinelli ha quattordici anni, sogna di sposarsi un giorno, di avere una vita normale come ogni ragazza della sua età. Il pomeriggio dell’11 novembre 1981, a Fasano, in provincia di Brindisi, viene trovata avvolta dalle fiamme nel bagno di casa. Morirà al Policlinico di Bari il 2 dicembre, dopo ventidue giorni di agonia che faticano a essere raccontati con parole ordinarie.
Prima di andarsene, però, Palmina parla. Con il filo di voce che le rimane, davanti al Pm Nicola Magrone che la raggiunge in ospedale con un registratore, pronuncia con chiarezza due nomi e due cognomi. Li ripete. Li scandisce. Non cambia versione nemmeno una volta, per tutta la durata della sua degenza. Dice che Giovanni Costantini ed Enrico Bernardi l’hanno chiusa in bagno, le hanno cosparso il corpo di alcol e hanno acceso un fiammifero. Lo hanno fatto perché lei non voleva prostituirsi.
Per capire chi è Palmina bisogna capire il mondo in cui cresce. È la sesta di undici figli in una famiglia di Fasano che vive in condizioni economiche precarie. Il padre lavora saltuariamente, la madre fa la domestica. Palmina, a tredici anni, è già la donna di casa: cucina, pulisce, si prende cura dei fratelli minori. Deve lasciare la scuola per badare alla famiglia. È solare, scrive sul diario, ascolta musica, sogna. Ma il contesto che la circonda non è fatto per proteggere i sogni di una ragazzina.
Nella sua vita entrano uomini che trattano le donne come risorse da sfruttare. Il fidanzato Giovanni Costantini, diciannove anni, è legato a un ambiente che gestisce una casa di appuntamenti a Locorotondo. Enrico Bernardi, marito di una sorella di Palmina, costringe sua moglie Franca a prostituirsi da anni con violenze e minacce. Quando Palmina capisce che anche per lei è previsto lo stesso destino, si rifiuta. È questa sua ribellione che la condanna.
Quel pomeriggio di novembre si era cambiata, aveva messo un vestitino con una collana di conchiglie. Stava preparando la sua fuga da quella vita. Qualcuno invece aveva per lei altri piani.
Dal Centro Grandi Ustioni del Policlinico di Bari, Palmina racconta tutto con una precisione che i medici giudicano impressionante. Il chirurgo che la assiste, Pasquale Di Bari, non ha dubbi: è lucida, è credibile, non ha motivo di mentire. Le sue parole vengono registrate e depositate agli atti. Eppure il sistema giudiziario costruisce intorno a quella testimonianza una serie di muri che alla fine la soffocano.
Il processo del 1983 finisce con l’assoluzione degli imputati. L’appello del 1987 conferma le assoluzioni. La Cassazione nel 1989 chiude tutto con la formula più definitiva: il fatto non sussiste. Per i giudici supremi, Palmina si è tolta la vita da sola perché non si trovava bene in famiglia. La lettera d’addio che aveva scritto alla madre, una lettera di fuga non di morte, secondo chi la conosce, viene usata come prova del suicidio. Le parole “Addio per sempre” diventano la pietra tombale sulla sua verità.
Gli alibi dei due imputati vengono smontati uno per uno durante il processo. Giovanni si era allontanato di nascosto dalla caserma di Mestre proprio quella notte, un commilitone aveva firmato un documento falso per coprirlo. Uno dei periti accerta che Palmina, nel momento in cui viene data alle fiamme, porta entrambe le mani sugli occhi per proteggersi: non avrebbe potuto accendere il fuoco e coprirsi gli occhi contemporaneamente. Una perizia calligrafica rileva che l’ultima parte della lettera, “per sempre”, è stata aggiunta da una mano diversa dalla sua. Nulla di tutto sposta l’ago della bilancia.
La vicina di casa che ha visto una BMW rossa amaranto, uguale a quella in uso a Bernardi, parcheggiata davanti all’abitazione di Palmina nel pomeriggio dell’11 novembre, viene minacciata e qualcuno dà fuoco alla sua camera da letto perché smetta di parlare.
È Giacomina Martinelli, detta Mina, a non mollare. Mentre tutti gli altri si arrendono o si girano dall’altra parte, lei raccoglie perizie, trova avvocati, bussa a ogni porta. Nel 2012 ottiene la riapertura delle indagini a Brindisi. Nel 2016 la Cassazione accoglie un ricorso dell’avvocato Stefano Chiriatti su un cavillo di competenza territoriale, Palmina è morta a Bari, quindi è Bari che deve indagare, e annulla l’archiviazione precedente. Si riaprono le indagini.
Il decreto del Gip di Bari Giuseppe Battista, datato 1 luglio 2025, è l’approdo di tutto questo. Undici pagine che smontano quarant’anni di errori. Il giudice esclude con certezza che Palmina si sia tolta la vita, definisce erronea la sentenza della Cassazione, descrive una morte avvenuta in modo atroce all’interno di una cerchia familiare ancora oggi in parte reticente. Riconosce che le indagini del 1981 erano incomplete, che la pista indicata dalla vittima aveva paradossalmente oscurato tutto il resto.
Poi dispone l’archiviazione. Perché i due uomini accusati da Palmina sono stati assolti in via definitiva e non si può tornare a processarli. Perché chi sapeva è morto o tace.

Rimane la verità, almeno quella. Scritta in un documento ufficiale, dopo quarantaquattro anni. Palmina non si è uccisa. Palmina è stata assassinata perché aveva detto no. La piazza di Fasano che porta il suo nome, il centro antiviolenza aperto a Roma nel 2023 intitolato a lei, l’elenco delle vittime della criminalità organizzata dove il suo nome figura grazie all’associazione Libera: sono i segni di una memoria che tiene. Lo scorso anno Mina Martinelli è venuta a mancare. Prima di andarsene è riuscita a ottenere la verità ma non la giustizia. Le due cose, in questa storia come in molte altre, non coincidono mai del tutto.