La consulente Alessandra Bramante sostiene che la 22enne vivesse una condizione di negazione inconscia. I giudici di Parma hanno respinto la tesi: per la Corte la ragazza era pienamente capace di intendere e volere.
Parma – Esiste una condizione clinica in cui una donna arriva al parto senza aver mai davvero metabolizzato di essere incinta. Non è finzione ma un meccanismo psichico che sottrae alla coscienza quanto il corpo sta vivendo. Si chiama gravidanza non percepita e la psicoterapeuta Alessandra Bramante, consulente della difesa di Chiara Petrolini, sostiene che sia esattamente questo il prisma attraverso cui leggere ciò che è accaduto a Traversetolo.
Bramante lo ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera. La sua tesi è che la ragazza non stesse nascondendo nulla a nessuno in senso pieno, perché non c’era qualcosa di interamente compreso da nascondere. La mente, in certi quadri clinici, costruisce una barriera tra la realtà biologica e la percezione cosciente di essa. Il risultato è una donna che vive una gravidanza senza viverla davvero e che la scopre, con tutto il peso di quella scoperta, solo quando il corpo non lascia più spazio ad altra interpretazione.
A sostenere visivamente questa lettura, secondo la consulente, sono alcune fotografie scattate poco prima del parto: immagini in cui l’addome di Chiara non tradisce ciò che stava accadendo. Un dato anatomico che Bramante attribuisce al posizionamento del feto, capace in certi casi di non alterare in modo riconoscibile la figura della madre.
Le due gravidanze vengono trattate come esperienze distinte. Nella prima, quella del 2023, la barriera tra realtà e percezione sarebbe rimasta intatta fino alle ultime ore. Nella seconda, qualche frammento di consapevolezza sarebbe affiorato, ma in modo discontinuo, senza mai fissarsi in una comprensione stabile e ogni volta rapidamente sommerso. Il momento del parto, in entrambi i casi, avrebbe rappresentato un collasso improvviso di quella barriera, con la ragazza catapultata in una situazione per cui non aveva nessuna preparazione emotiva né pratica. Le scelte compiute in quei frangenti, compresa quella di non cercare aiuto medico, andrebbero lette in questa chiave: non come decisioni razionali ma come reazioni caotiche di una mente sopraffatta.
Su questa impostazione la Corte d’assise di Parma ha espresso un giudizio netto. I periti nominati dalla Procura avevano già escluso qualsiasi alterazione clinicamente rilevante, e i giudici hanno fatto proprie quelle conclusioni. A pesare in modo determinante sulla sentenza sono stati i contenuti trovati sui dispositivi della ragazza: ricerche online su come interrompere una gestazione o su come posticipare il parto. Per il tribunale quei dati parlano di una consapevolezza attiva, non di una mente che non sa. E da quella consapevolezza discende la qualificazione dell’atto come omicidio premeditato.
Rimangono quindi due versioni della stessa storia, costruite sugli stessi fatti e inconciliabili tra loro.