25 aprile, una data che non smette di interrogarci

Ottant’anni dopo la Liberazione, celebrare non significa soltanto ricordare. Significa scegliere da che parte stare, sempre, non solo una volta l’anno.

C’è qualcosa di scomodo nel 25 aprile. Non nel senso che disturba, nel senso che obbliga. Obbliga a fare i conti con una domanda che non invecchia: cosa significa vivere in un Paese libero e quanto di quella libertà dipende da scelte attive e non dalla rendita di un’eredità storica?

La Liberazione non fu un evento indolore. Fu il risultato di anni di resistenza condotta da donne e uomini che avevano deciso di rischiare tutto in un momento in cui rischiare tutto era l’unica risposta dignitosa alla brutalità del regime. Partigiani, certo, ma anche famiglie che nascondevano perseguitati, sacerdoti che falsificavano documenti, contadini che portavano cibo sulle montagne. Una rete di coraggio ordinario che spesso la retorica celebrativa tende ad appiattire in un’unica figura eroica astratta, privandola della sua forza più vera: quella di essere stata, prima di tutto, una scelta umana concreta, compiuta in condizioni di pericolo reale.

Eppure ogni anno, puntuale, il dibattito si inceppa sulle stesse domande di superficie. Chi può sfilare? Chi è autorizzato a celebrare? A chi appartiene questa festa? Domande legittime in alcuni casi, pretestuose in molti altri, che hanno in comune un difetto di fondo: spostano l’attenzione dal contenuto alla proprietà. Come se la Liberazione fosse un marchio da proteggere piuttosto che un valore da praticare.

Il 25 aprile non appartiene a nessun partito. Appartiene alla Repubblica, che su quella data ha costruito le proprie fondamenta costituzionali. La Carta nata dalla Resistenza non è un documento di parte: è il patto con cui un paese uscito devastato dalla guerra ha deciso come voleva organizzare la propria convivenza civile. Ignorarlo o relativizzarlo non è una posizione neutrale — è una scelta politica travestita da equidistanza.

Questo non significa che la memoria debba essere cristallizzata o immune dalla critica storica. Al contrario: una memoria viva è una memoria che si lascia interrogare, che ammette le zone d’ombra, che riconosce le complessità di un periodo in cui le linee tra resistenza, collaborazionismo e semplice sopravvivenza erano spesso meno nette di quanto la narrazione celebrativa suggerisca. La storia è fatta di sfumature, e il rigore con cui la si affronta è esso stesso un atto di rispetto verso chi l’ha vissuta.

Ma c’è una differenza tra la complessità storica e la relativizzazione dei valori. Si può discutere di tutto, delle ombre del dopoguerra, delle violenze postbelliche, delle responsabilità condivise, senza per questo mettere sullo stesso piano chi combatteva per restituire dignità e libertà a un Paese e chi quel Paese lo aveva trascinato nella guerra, nei campi di sterminio, nella persecuzione razziale. La storia può essere complicata. I valori che ne derivano non devono esserlo per forza.

Ottant’anni dopo, la domanda più onesta che si possa fare il 25 aprile non è a chi appartenga questa festa ma cosa ci chieda ancora questa giornata. Ci chiede di non dare per scontata la democrazia in un momento in cui diverse democrazie nel mondo mostrano crepe preoccupanti. Ci chiede di riconoscere le forme contemporanee dell’autoritarismo, che raramente si presentano con la stessa brutalità esplicita del fascismo storico ma che usano strumenti diversi, la compressione del dissenso, la delegittimazione della stampa libera, la manipolazione dell’informazione, per ottenere risultati analoghi. Ci chiede, infine, di non ridurre la libertà a un valore astratto ma di declinarla nelle scelte quotidiane: nel rispetto dell’altro, nella difesa delle istituzioni, nella cura dello spazio pubblico.

Celebrare il 25 aprile è un esercizio di consapevolezza civile in un tempo che ne ha bisogno come non mai.